domenica 2 luglio 2017

Capitolo 20: I Fratelli Karamazov

Affrontare un classico della letteratura non è mai un'impresa facile, perché ti espone alla domande che notoriamente funge da spartiacque tra la categoria degli intenditori e quella dei lettori da ombrelloni: Mi piacerà?
Una domanda che si gonfia come Violetta dopo aver mangiato il chewing-gum sperimentale nella fabbrica di Willy Wonka, quando si parla di CLASSICI RUSSI. I veri mostri sacri della letteratura, famosi per essere lunghi come le attese sulla Salerno-Reggio Calabria, ostici come cercare di aprire una cozza cruda con le dita e dallo spropositato numero di personaggi dai nomi impronunciabili, capaci di far impallidire anche i Malavoglia vergani. Per questo motivo me ne sono sempre tenuta religiosamente alla larga. Ho coltivato una immacolata, verginale ignoranza, una sorta di timore reverenziale davanti a questi tomi alti come giganteschi mattoncini Lego. Poi, di colpo, la decisione. Dopo aver letto la recensione della fantavolosa Antonella (link al suo blog QUI), e aver bevuto un Crodino di incoraggiamento, mi sono avvicinata al grande tra i grandi, colui di cui, per scrivere il nome, ho dovuto leggere il riferimento sul volume almeno due volte: Fedor Dostojevskij. Non solo. In un atto di totale follia e sprezzo del pericolo, ho scelto uno dei suoi romanzi più corposi: I Fratelli Karamazov. Che volete, sono una che non ha paura del brivido. Ora, è inutile che mi metta ad analizzare seriamente questo libro, perché, primo,  lo ripeto, la mia ignoranza in materia è vasta come una galassia siderale e, secondo, perché è un classico dei classici. Sarebbe come tentare di recensire Shakespeare. Io non ci riuscirei. E comunque, per una ottima analisi del romanzo, vi rimando a colei da cui tutto è iniziato (galeotto fu il blog e chi lo scrisse). Penso quindi sia più sensato raccontare, per i posteri, il mio battesimo del fuoco con la narrativa russa, che ha impegnato due mesi della mia vita e una sacchetta dedicata, causa rischio di sfondamento della borsa d'ordinanza. Ritornata a casa dopo aver ritirato la mia copia in biblioteca, mi sono concessa un momento di analisi squisitamente scientifica, ho cioè studiato il volume come avrebbe fatto Arale con la cacca rosa.
Davanti a me avevo l'imponenza di 912 pagine, tutte scritte in un carattere così piccolo che avrebbe potuto mettere a suo agio solo un batterio, e stampate su quella che chiaramente era l'anello di congiunzione tra la velina e la carta. Per maneggiare questo libro ci è voluta la delicatezza del chirurgo che ricuce una vena, soprattutto dato che si trattava pure di un libro del 1968, quindi con parecchi anni di servizio alle spalle. Lo ammetto, qualche pagina girata con un filo di foga in più ha subito una piccola microlacerazione, sempre però accompagnata da un mio sussulto colpevole. La seconda cosa che ho deciso di fare, una volta aperto il volume, è stato documentarmi. Traduzione, mi sono sciroppata l'introduzione di 32 pagine, anche lei scritta in Arial -12, che ripercorreva vita, opere e miracoli del buon Fedor. Così ho scoperto che, come tanti autori, anche Dostojevskij, è stato un uomo baciato dalla sfiga cosmica ma profondamente buono (il che dimostra che, se Dio esiste, ha uno strano senso dell'umorismo) e che ha incentrato tutta la sua carriera letteraria su questioni teologico-spirituali. Ottimo. Altro argomento di cui sono digiuna. Quanto possiamo ampliare ancora l'abisso della mia ignoranza? In effetti ne I Fratelli Karamazov è dato ampio, ampissimo, oceanico spazio a riflessioni di questo genere, nelle sue più variegate angolazioni, declinazioni, posizioni, incarnazioni ed ogni altra -zioni che possa venire in mente. Nello scorrere le infinite pagine di questo romanzo/manifesto teologico-spirituale di Dostojevskij, l'autore mi ha insegnato due cose:
1- la PAZIENZA: la trama principale (il rapporto conflittuale tra i fratelli Karamazov e il padre e la morte di questi ultimi per omicidio) è spesso diluita come un caffè americano in lunghi dialoghi, monologhi, pensieri e allucinazioni sul senso della Cristianità. Per centinaia e centinaia di pagine. E qui si arriva al secondo insegnamento:
2- la mia totale IMPERMEABILITA' AI TEMI SPIRITUALI. Una scoperta che avevo già intuito leggendo i Promessi Sposi (ricordo ancora la mia indignazione alla Sgarbi davanti alla conversione dell'Innominato) e confermata in questa nuova messa alla prova. Lo ammetto: sono temi che mi rendono insofferente come un gatto in automobile, non ne colgo il senso né l'utilità. Il concetto di Bene e Male, poi, è per me troppo semplicistico, complice forse anche una irreversibile deformazione professionale che mi porta ad avere una visione prettamente psicologica sulla realtà, anche fittizia.
Ciò nonostante, il buon Dostojevskij ha saputo rendersi onore anche ai miei occhi profani: la psicologia dei personaggi è impeccabile, la loro funzione simbolica è evidente ma non superficiale, i dialoghi delle comparse sono eccezionali e la tensione emotiva che impregna il libro è tangibile ed elettrica. Ma più di tutto, la grandezza di Dostojevskij è esaltata dallo stile narrativo: un narratore che sembra inizialmente onniscente, quasi alla Jane Austen, ma che poi abbandona la sua visione dall'alto per seguire, come una cinepresa, il percorso ora dell'uno, ora dell'altro fratello, dandoci una visione quasi cinematografica che mi ricorda i capolavori del lungometraggio come Birdman. Una narrazione che non smette di sorprendere neanche sul finale, quando si incarna nel testimone anonimo tra la folla.
In definitiva però, sto evitando la domanda tanto temuta di cui parlavo all'inizio: mi è piaciuto? Mi prenderò la responsabilità di tutte quelle anime che segretamente la pensano come me e vi dirò la verità: non mi ha elettrizzato, per i motivi di cui ho accennato prima. Questo non toglie che, per quanto i gusti siano personali e da rispettare in quanto tali, un buon lettore saprà riconoscere in questo autore una enorme padronanza del mezzo, uno stile originale ed avanguardistico e un profondo studio della psicologia umana. Ed io credo di essermi guadagnata il titolo di buona lettrice, anche se aspetterò un po' prima di fare altre due chiacchiere con lo zio Fedor.    
Duille

"Il suo viso esprimeva una estrema arroganza e, al tempo stesso, cosa strana, una evidente codardia. Egli somigliava ad un uomo che si fosse assoggettao e avesse sofferto a lungo, e fosse ora balzato in piedi ad un tratto col desiderio di farsi valere. O, meglio ancora, a un uomo che vorrebbe picchiarvi, ma, al tempo stesso, ha una terribile paura di essere picchiato da voi". (p.264)


1 commento:

  1. Ehh il buon caro vecchio Fedor. Anch'io ammetto la mia totale e ingenua ignoranza in materia di mattonazzi russi. Di Dostoevskij ho letto solo le Notti Bianche, che effettivamente mi era piaciuto un sacco (è anche vero che è un romanzo molto breve, mi piace vincere facile insomma).
    Questo romanzo mi incute troppo timore, proprio per questi temi religiosi/spirituali che non mi invogliano per niente. In compenso però vorrei leggere Delitto e Castigo entro la fine dell'estate e visto che ultimamente sono nel mood classici forse potrei anche riuscirci.
    Complimenti per la titanica impresa comunque :D

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