domenica 17 settembre 2017

La scala dello psicoaviatore

In quanto ansiosa sociale, ci sono all'incirca due miliardi di situazioni che possono mandarmi in corto circuito i neuroni. Diciamo che, al confronto, le pagine gialle sono un libretto di Peppa Pig pensato per ipovedenti. E naturalmente, essendo così tante le possibilità di morte da panico (della serie, "ti piace vincere facile?"), incappo in una di queste almeno una volta al giorno. Dato che non bastano le dita delle mani e dei piedi di tutta la Lombardia per poterle contare, ormai divido le singole situazioni ansiogene in categorie di grandezza, secondo una mia personalissima scala che sfrutta come unità di misura i velivoli e che io chiamo "la scala dello psicoaviatore". Più è grande il velivolo, più drammatica sarà la situazione che io, piccola psicoaviatrice, dovrò affrontare e maggiore sarà il numero di neuroni che manderò in fumo a causa dello stress. Perché, naturalmente, grandezza del velivolo e decesso neuronale sono in una relazione direttamente proporzionale l'una all'altra. Per capire meglio la mia classificazione, dovete tenere conto del fatto che la gravità della situazione, nel mio cervello in costante stress, è definito soprattutto da tre aspetti:
1. il livello di esposizione, ovvero quanto mi trovo al centro dell'attenzione. Per farvi un esempio, una cena molto affollata implicherà un livello di esposizione bassa, dato che potrò sfruttare i miei superpoteri da Wallflower mimetizzandomi con le pareti, mentre un dibattito in gruppo esigerà un maggior livello di esposizione, dato che mi verrà richiesta un'opinione. Come potete capire, molto dipende da quanto sarò in grado di sottrarmi all'occhio dell'altro, che è la mia Kriptonite.
2. la Prestazionalità, cioè quanto dovrò dimostrare la mia validità come persona, professionista, pensatore, giocatore, studente o organismo che cammina su questa terra. Insomma, quanto dovrò dimostrare di essere più di un ammasso di organi e pelle ambulante. Ne consegue che praticamente tutti gli ambiti di valutazione sono critici per natura e finirò a stressarmi allo stesso modo tanto per un esame all'università quanto per una partita a Taboo. Buona parte del problema, naturalmente, riguarda la mia anima precisetti, che pepa sempre la mia vita con una spruzzata di tormento come se mi trovassi in una versione accademica di un romanzo delle sorelle Bronte.
3. il livello di familiarità. Questa coordinata riguarda invece le persone coinvolte e contempla una dimensione quantitativa e qualitativa. La prima dimensione è piuttosto semplice da capire: la fifetta è direttamente proporzionale al numero di persone presenti nella stanza. Quindi, tanta gente = tanta paura. Fin qui, niente di nuovo. La seconda dimensione invece è più sottile, ma altrettanto semplice (sono ansiosa, mica originale): quanto meno conosco le persone che mi circondano, tanto più il mio livello di ansia crescerà. Quindi, in questo caso, la relazione è inversamente proporzionale. Inoltre, va considerato che la situazione peggiora nettamente se le persone presenti sono da me note ed etichettate come "disagianti", ovvero tutta quella marea umana di cui non mi fido, che spesso è giudicante, troppo diretta, leggermente aggressiva ed in linea di massima un po' imprevedibile. Le classiche spine nel fianco, insomma.
Detto ciò, possiamo tornare alle nostre categorie. Tenete conto che si tratta sempre di sezioni che mutano in relazione alle mie evoluzioni o involuzioni terapeutiche e che sono quindi estremamente personali. Per quanto ci siano delle situazioni che, universalmente, fanno sbiancare tutti gli ansiosi sociali, non sempre queste si trovano nella stessa posizione della classifica. Ciò dipende dalle caratteristiche individuali, dal livello di benessere raggiunto e dalla gravità del disturbo da cui si parte. Considerate quindi le situazioni contenute nelle mie categorie come strettamente vincolate alla mia persona in questo determinato momento storico.
La categoria più piccola è quella che chiamo "aeroplanino di carta". Comprende situazioni che gestisco con un basso livello di ansia e che quindi intaccano poco le mie risorse energetiche quotidiane di psicoaviatrice. In altre parole, sono tutte quelle situazioni che, conclusesi, non mi lasciano tramortita come Willy il Coyote dopo la caduta dell'incudine.  In questa categoria troviamo: comprare i biglietti dell'autobus, mettere una maglietta un po' meno mimetica, scegliere una nuova strada per tornare a casa, passare in mezzo ad un capannello di persone che intralciano la via, passare del tempo da sola, leggere ad alta voce in un contesto di gruppo, ordinare al ristorante, comprare una focaccia in panificio. 
La categoria intermedia è quella del drone. Riguarda tutte quelle situazioni che so di poter fronteggiare, ma che richiedono la ferrea forza di volontà di Nami e Mila durante gli allenamenti di pallavolo con l'allenatore Daimon e la dedizione, propria solo dell'istinto di sopravvivenza, di un orso bruno a pesca di salmoni. In questo secondo livello la vittoria non è mai assicurata e tra me e l'ansia si gioca una partita combattuta ad armi pari e senza esclusione di colpi. Tra le situazioni "drone" troviamo: entrare in un negozio affollato, scegliere il posto in prima fila in classe, sostenere un esame, andare dal medico, dover ritornare sui propri passi perché si è sbagliato strada, pagare in cassa, dare informazioni, mangiare in pubblico con persone che non conosco bene, mandare una mail a qualcuno verso cui non ho confidenza, fare una domanda, indossare il piumino invernale quando tutti stanno ancora portando la giacca d'autunno, chiacchierare del più e del meno con un estraneo e tutte le situazioni  in cui mi rendo vulnerabile davanti a persone che non siano la mia famiglia, come piangere o confidarmi. 
Infine c'è la categoria mongolfiera. Questa è sicuramente quella che mi da' più filo da torcere, zeppa di situazioni saldamente nelle mani del mio nemico ansiogeno ed in cui le mie doti aviatorie sono quasi nulle. Mi ritrovo a volare in terreni sconosciuti, pericolosi come la valle di Mordor in preda ad uno sfogo sulfureo ed il livello di stress è alle stelle. Molte di queste situazioni sono ancora inespugnate, altre sono faticosamente affrontate, ma solo perché mi ritrovo con una simbolica pistola puntata alla tempia. In questi casi mi ritrovo ad interpretare un gladiatore con i muscoli di Fantozzi ed il coraggio di un chihuahua sul divano che sta per essere schiacciato da un paio di natiche particolarmente corpose.
Tra le cose più terrificanti che non faccio ancora o che faccio solo dietro minaccia di esecuzione immediata di tutti i miei cari e della mia progenie futura, ci sono: fare o ricevere una telefonata da un numero sconosciuto, comunicare il mio evidente disaccordo con persone che non conosco bene, parlare in pubblico (ovviamente), andare in posti nuovi, vestirmi in modo appariscente, fare un colloquio, ordinare telefonicamente una pizza (ma non necessariamente solo una pizza), far valere i miei diritti con uno sconosciuto che mi scavalca nella fila al supermercato, confessare una cotta (non necessariamente al diretto interessato), andare a ballare, assistere ad uno spettacolo in cui è richiesta la partecipazione attiva del pubblico, cantare al karaoke, essere impulsiva, leggere ad alta voce i miei scritti a qualcuno, e tutta una serie di situazioni che comprendono il fare qualcosa da sola in contesti popolati: andare al bar, al cinema, al ristorante da sola, partecipare ad un corso da sola, viaggiare in posti nuovi da sola, fare palestra da sola....insomma, avete capito.
Conclusione, la mia vita da ansiosa sociale è scandita e strettamente regolata dai livelli di ansia che colmano il mio saturimetro quotidianamente. I vincoli sono tanti, le sfide innumerevoli, le energie sprecate inutilmente terrorizzandomi davanti ad un chiosco dei gelati come se fossi al cospetto di un T-rex con la laurea, incalcolabili, eppure posso dire di cavarmela discretamente. Conoscendo bene le mie paure e il livello di stress che mi causano, imparo ad organizzare le imprese in base alle mie risorse e a spingere l'acceleratore su tutte quelle situazioni che so di poter affrontare, anche se mi spaventano quanto It ha terrorizzato i pargoli della mia generazione. Non bado troppo, quindi, agli aeroplanini di carta che mi si fiondano addosso ogni giorno, ma concentro tutte le mie energie per abbattere i droni che mi si parano davanti come Kylo Ren durante uno dei suoi accessi di rabbia. L'obiettivo è spostare sempre più in alto il limite massimo delle mie risorse di psicoaviatrice e utilizzare la mia spada laser per fare a pezzi più droni possibili, così come fece Luke durante il suo primo addestramento nel Millennium Falcon. Addestrare la Forza, per combattere il mio Darth Vader personale. Un drone alla volta. Fino a poter prendere tra le mani anche l'ultima mongolfiera. 
Duille


martedì 12 settembre 2017

Assaggi #1: L'effetto Mozart

In principio era il suono, diceva Franco Fornari in Psicoanalisi della Musica. Noi siamo il suono e veniamo dal suono: il suono è la prima cosa che sentiamo nella vita intrauterina ed è il primo segno del nostro ingresso nel mondo. Ci identifichiamo nel suono del nostro nome, attraverso il suono entriamo in contatto con gli altri, nel suono esistiamo, ci comprendiamo e ci rendiamo comprensibili. Il suono, quindi, ci contiene, ci riempie, ci circonda e ci plasma.
L'evoluzione del suono è la musica, che dà ordine e creatività ad un interno già musicale. E' ritmo, come il battito cardiaco della madre che sentivamo quando ci addormentavamo sul suo petto. E' ancora suono, come quello, unico nel suo genere, che emettiamo dalle corde vocali e che è una seconda impronta digitale. E' gioco, come quei primi vocalizzi che emettiamo da lattanti, che fanno vibrare tutto il corpo, come fossimo la cassa armonica di una chitarra. E' identità, come quella che riconosciamo nella rassicurante melodia del nostro genere preferito. E' armonia, come quella che ci colma quando sentiamo il vento frusciare tra gli alberi, o l'acqua gorgogliare in un fiume. La musica quindi fa parte di noi a tal punto da diventare uno strumento di cura potentissimo, perché parla il linguaggio privo di semantica che ci apparteneva prima ancora che ci appartenesse l'aria stessa. E questo, in estrema sintesi, è quanto ci spiega Don Campbell nel suo saggio, l'Effetto Mozart. La musica cura, il suono ripara, la melodia placa i tumulti. L'effetto Mozart è l'effetto salubre, curativo, quasi magico che la musica può donare, e che trova la sua massima espressione nella produzione di Mozart, costruita per rispettare determinati parametri che la rendono adatta al rilassamento concentrato, alla creatività, alla guarigione. La musica, sia essa strumentale o naturale, ci rilassa, ci carica, è un antidepressivo naturale, è uno strumento adatto alla meditazione, è un antidolorifico, risveglia dal torpore e ringiovanisce il più acciaccato degli anziani, è un canale di comunicazione verso parti segrete e memorie perdute. Ed in più, ci dice Campbell, cura.
Non cura come una medicina, ma come una terapia, fatta di respiri, vocalizzi, polmoni che si espandono, vibrazioni sonore che si riverberano nei nostri vuoti, di corpi che si liberano da gomitoli di voci soffocate per troppi anni e di cui avevamo ormai fatto l'abitudine. Se usata con sapienza e consapevolezza, la musica può rinforzare il sistema immunitario, può velocizzare i tempi di recupero dalle operazioni chirurgiche, può sciogliere gli stati d'ansia. La musica raccontata da Don Campbell non è solo fede nel mezzo sonoro, ma anche scienza e ricerca. Ci sono studi che dimostrano come le vibrazioni di alcuni strumenti musicali possano influenzare le cellule, come il suono aiuti le piante a crescere, come la musica possa camuffare le voci schizofreniche, come le canzoni favoriscano l'apprendimento linguistico e rendano l'ambiente lavorativo più confortevole. Campbell non è uno psicologo né uno scienziato, ma un musicista e in questo risiede contemporaneamente il punto di forza e di debolezza del suo saggio. Il punto di forza è dato dall'estrema scorrevolezza del volume, dal linguaggio semplice, dal suo preferire esempi e testimonianze ad un'astratta analisi teorica dell'argomento, dalla sua grande preparazione musicale, dall'enorme passione che trasuda da ogni parola e dalla sua fede incrollabile nella musica. Il tallone d'Achille è dato da una certa superficialità nell'esposizione teorica, dal citare ricerche che motivano le sue tesi senza indicare riferimenti che consentano al lettore un approfondimento, dall'assenza di dati statistici e dalla totale mancanza di una bibliografia che, per persone che hanno avuto accesso a numerosi saggi, può rendere la lettura un po' meno convincente, perché non estesamente supportata da solidi riferimenti scientifici. La sua stessa incrollabile fede, che lo porta a parlare con scienziati e santoni, straripa più volte nel misticismo, che depotenzia, in parte, il potente messaggio e sgretola la solidità della trattazione. Non basta infatti credere per rendere vero qualcosa. Anche se è vero. Ciò nonostante, l'Effetto Mozart è sicuramente ottimo per chi si approccia all'argomento per la prima volta poiché, grazie al suo taglio leggero e divulgativo, sarà in grado di stimolare la curiosità, ingolosire i palati e spingere il lettore a cercare testi più solidi ed impegnativi. L'effetto Mozart è quindi un libro propedeutico, che pecca talvolta di eccessiva leggerezza e di un entusiasmo che sfocia nella fede religiosa, ma capace di aprire domande, di spalancare le porte del mondo musicale come terapia del profondo, di affinare l'udito, di ascoltare (e ascoltarsi) più a fondo.

Duille

 
domenica 3 settembre 2017

Telefilm addicted #15: Anne with an E, a kindred spirit

Il mio rapporto con Anna dai capelli rossi è sempre stato ostile. Nel mio immaginario, questo personaggio melodrammatico e testardo, così come veniva presentato nel famosissimo anime che ha tediato la mia infanzia, si contrapponeva, in una epica battaglia, con la mia beniamina di sempre, Heidi, uscendone inevitabilmente sconfitta. Approcciarmi alla serie della CBC canadese, distribuita internazionalmente da Netflix, è quindi stato possibile solo grazie al mio grande amore per le serie tv e per i racconti ad alto tasso di natura. Il risultato è stato l'estasi.
Anne with an E infatti è un fiore di campo. E' armoniosa e colorata, semplice nelle linee, spettinata, chiara in ogni petalo, forte e pronta ad affrontare ogni colpo di vento con tenacia. Anne è come il paesaggio che la circonda: viva al punto da togliere il fiato, intensa, selvatica, determinata, inspezzabile. Non perfetta, certo: è romantica al punto da cadere spesso nel melodramma, emotivissima, orgogliosa e testarda. Reale, e per questo impossibile da non amare. Il taglio dato alla serie è sicuramente più curato rispetto a quello dell'anime tratto dal romanzo di Lucy Maud Montgomery e a tratti è quasi Dickensiano: non teme di mostrarci la cruda realtà dell'infanzia dei primi del '900, fatta di adultizzazioni precoci, ruvidezza, sfruttamento e, in generale, di poco amore. Anne, come Oliver Twist e come David Copperfield, arriva ad Avonlea danneggiata da un passato di solitudine e ripetuti abbandoni, in cui l'unica vera compagna di vita è stata la sua prodigiosa immaginazione, amplificata a tal punto da divenire una seconda protagonista, un doppio eroico della ragazzina, che la salva quando nessun altro sembra in grado di farlo. Anne però non è un'eroina manzoniana abbandonata dalla Provvidenza, ma una figlia del suo tempo, paragonabile a molti degli abitanti della cittadina di adozione, a partire da Marilla e Matthew Cuthbert, i suoi nuovi genitori, che hanno dovuto rinunciare a tutto in nome della famiglia. Questa scelta annulla il rischio di patetismo a cui invece si scadeva spesso con l'anime, e rende tutto più realistico, quasi verista, dando autenticità al dramma, che non è il dramma di una singola anima sfortunata, ma il dramma di un secolo. Raccontando le storie dei diversi personaggi, ricorrendo anche ad ingegnosi flashbacks, diventa possibile per lo spettatore comprendere le numerose sfumature che, come un tappeto tessuto a mano, li intrecciano e li formano, e di capirne così scelte, comportamenti, spigolosità e difetti. Anne with an E è quindi anche una falda di tristezza sotterranea che scivola, nascosta al di sotto della vista, sotto i prati di tarassaco, ma di cui si può avvertire il gorgoglio e che, talvolta, prorompe con spruzzi impetuosi in superficie, bagnando i volti di lacrime, proiettando in un passato indimenticabile e forgiante come un colpo di martello sul ferro rovente.
Eppure, questa drammaticità acquea viene continuamente e fieramente combattuta da una praticità campestre che scaccia facili autocommiserazioni, e dallo spumeggiante entusiasmo e positività di Anne. L'alone di luce e allegria che permea tutte le 7 puntate della stagione la rende una nuvola di leggerezza, un ruscello di freschezza ed è magnificamente esaltata dalle colonne sonore agresti ed incalzanti, dalla fotografia coloratissima e dalla costante presenza del respiro della natura, negli interni delle case piene di mele e fiori, fino ai paesaggi mozzafiato dell'isola di Prince Edward e dell'Ontario Canadese, su cui la macchina da presa indugia ammirata, e che ricordano ad Anne (e a noi) che anche un ciliegio in fiore è un buon motivo per essere felici. Le atmosfere campestri sono quindi ottimo compendio ad una storia dalle tinte accese seppur semplici, che mostra le difficoltà quotidiane di un tempo che non è più, almeno per alcuni di noi, e di vite che rifiutano di rinunciare a se stesse, al proprio racconto ancora in divenire e ricco di promesse. Anne with an E è l'esaltazione della vita, è l'esposizione orgogliosa del proprio essere, con i suoi drammi, le cicatrici, le stranezze di ciascuno di noi. Non indora la pillola e ricorda che l'autenticità ha sempre il suo prezzo, un prezzo che Anne pagherà spesso con l'emarginazione, il pregiudizio, l'aperta ostilità, ma che non la porterà mai ad annullarsi, preferendo piuttosto la solitudine e la fuga nei boschi, ma trovando poi, immancabilmente, un'anima affine, a kindred spirit, che l'amerà e la rispetterà esattamente per ciò che è. E' in questo modo che la piccola Anne diventa portavoce di una speranza identitaria e di un femminismo gentile ma granitico, che fa dell'esempio la sua dottrina, fin dalla prima puntata. Anne non vuole essere ridotta in categorie limitanti, non rinuncia al suo femminile ma rifiuta i vincoli sociali associati al suo genere. Sogna quindi abiti con maniche a sbuffo, tè da signora, principesse e spose bianco vestite, ma parla chiaro, s'intestardisce, è impulsiva e idealista, coltiva la sua mente come a suo tempo fece Jane Eyre, ama impetuosamente e si fa rispettare, rifiutando tenacemente di essere salvata dal maschio di turno. Sostenuta da una cerchia di personaggi ruvidi, impacciati, teneramente supportivi, compresa la vicina di casa Rachel e il giovane Jerry, ed equipaggiata con tutto il coraggio di cui è capace, Anne (con una e), si prepara a conquistare il mondo ed i cuori di chi incontrerà nel suo cammino.

Duille 


domenica 27 agosto 2017

Meccanismi difensivi

Una delle cose più difficili da gestire in quanto ansiosa sociale, sono i meccanismi difensivi. Un mondo nel mondo, vasto quanto la realtà di Super Mario Bros, passaggi segreti e livelli bonus inclusi. I meccanismi difensivi non sono l'ennesimo sintomo dell'ansia sociale, ma un funzionamento tipico dell'essere umano, quindi non sorprendetevi se anche voi, normopersone, vi ritrovate nella categoria.
I meccanismi difensivi sono tutti quei comportamenti, reali o mentali, che ci permettono di evitare situazioni che ci provocano angoscia per svariati motivi e che, secondo babbo Freud, servivano a mascherare pulsioni inesprimibili. L'idealizzazione nelle prime fasi dell'innamoramento è un esempio di meccanismo difensivo. Quella che ci permette di vedere il nostro innamorato come un Einstein nel corpo di Johnny Depp (dei tempi d'oro, s'intende) e col cuore di Gandhi, quando invece gli altri vedono una versione meno verde di Shrek. Facciamo un altro esempio, questa volta cinematografico: avete presente il comportamento scorbutico e sfuggente di Mark nei confronti di Juliette in Love Actually? Un altro meccanismo difensivo, questa volta messo in atto in modo cosciente per proteggersi dal dolore. Il problema quindi non è l'uso del meccanismo difensivo, ma il modo in cui viene applicato e il contesto in cui si attiva. Facciamo un altro esempio cinematografico: in The Holiday (mi rifiuto di chiamarlo con il suo nome italiano - l'amore non va in vacanza -) Cameron Diaz non riesce a piangere. Non versa neanche una lacrima. Asciutta come il letto di un fiume cambogiano. Quello è un meccanismo difensivo sfuggito al controllo. Ed ora, vediamo un esempio nella realtà: i meccanismi difensivi dell'ansia sociale. Noi ansiosi, come ho detto fino alla nausea, viviamo in uno stato di continua tensione, come se fossimo bloccati nella Genova del G8 del 2001 in piena carica della polizia. Quindi i nostri meccanismi difensivi sono sempre attivi, come tante lucette di Natale impazzite, sempre pronte a scattare per salvarci la pelle. Sono una personalità alternativa che ogni tanto prende il controllo ma di cui siamo sempre coscienti. Semplicemente, quando lei prende il timone, possiamo solo fare resistenza passiva e sfruttare tutte le tecniche yoga che conosciamo o che ci siamo inventati. Uno di questi meccanismi difensivi è quello che io chiamo il "non ti vedo, quindi non esisti". Un meccanismo semplice come una puzzetta e altrettanto imbarazzante. Un meccanismo che, per anni, ho condiviso col mio cane, tra l'altro. Si tratta di fingere in modo ostinato, determinato e deciso di non vedere la persona che ci sta di fronte. Se non la vedo, non esiste. 
E' un comportamento dettato dal panico, naturalmente, che però conserva un minimo di strategia. Fondamentalmente, la cosa procede in questo modo: sto camminando verso il mio destino, libera e felice come solo una farfalla nevrotica può essere, quando il mio campo visivo percepisce una perturbazione nella Forza: un viso familiare si staglia all'orizzonte. Adesso, la mia reazione a questo punto potrà prendere sfumature leggermente diverse a seconda delle due variabili di riferimento, ovvero:
1- la capacità del mio cervello di associare alla faccia un nome e, se sua magnificenza la Corteccia Cerebrale vuole, anche un ricordo identificativo. 
2- il grado di familiarità che ho con quella persona. Tenete conto che questa categoria è un po' restrittiva perché, a meno che tra me e l'altra persona non ci sia stato un legame di sangue in una vita precedente, difficilmente sarò serena nell'incontrarla. 
Ciò che invece non cambia è il pugno nello stomaco che immancabilmente mi fa esalare tutta la mia anima in un unico rantolo sommesso, congiunta ad una mossa da karateka che mi stritola il cuore. Rocky Balboa che incontra Ken Shiro. In una parola, l'ansia, che nella mia mente ha sempre le fattezze di Xena quando pratica la digitopressione sui suoi nemici. "Tra pochi secondi il tuo cervello non avrà più sangue e tu morirai tra atroci sofferenze". Capite bene che quando una Xena incavolata si mette di mezzo con parole così dolci non è che ce la si possa prendere troppo comoda, quindi di solito il mio organismo da' forfait e affida tutte le pratiche ai meccanismi di difesa, che sono un po' i corpi speciali dell'ansia sociale. La situazione a questo punto prende una piega da film catastrofico di quarta categoria, tipo meteorite che si sta per schiantare sulla terra ed in cui solo lo scienziato troppo nerd anche per i nerd e con i fondi di bottiglia agli occhi, potrà evitare. La cosa si evolve all'incirca in questo modo: 

-Capitano, meteorumano a 100 metri-.
-Voglio uno screening completo del campo di battaglia.-
- Strada diritta, edifici antichi, ampia massa di persone, capitano. - 
-Meteorumano a 50 metri- 
- Selezione delle possibili vie di fuga, adesso!-
- tre negozi accessibili, due strade laterali, una a cinque metri sulla sinistra.-
-30 metri-
-Caporale, proceda al vaglio del margine di manovra per effettuare una fuga senza apparire sospetti.-
-20 metri.-
Intervento della paranoia e abbandono del piano di fuga ("ABORT! Ma cosa credi, che quello non se ne accorga se di colpo te la fili in una stradina sfigata?")
-10 metri!-
-Cazzo, di già? Via al piano di emergenza!-
-Ancora?-
- Zitto, mozzo! Torna a pulire i cessi con lo spazzolino da denti! Ho detto PIANO DI EMERGENZA!-
- 5 metri!-   
- Artificieri, preparate le mani alla manovra difensiva. Programma "mezzogiorno di fuoco".-
- Clint Eastwood o Terence Hill?- 
- Ma chissenefrega! Basta che siano pronte! -
- Capitano, collisione tra 4, 3, 2, 1....-
E niente, a questo punto succede che mi esibisco in un doppio tuffo carpiato nella borsa, fingendo di trovare chissà quale reliquia (abilità acquisita ai tempi della scuola, quando usavo lo stesso trucchetto per evitare le interrogazioni) oppure mi ritrovo a guardare altrove, improvvisamente rapita da quella lesena di chiara ispirazione corinzia nell'angolo più remoto di una casa di passaggio che proprio non avevo notato fino a quel momento. Oppure, certo, c'è sempre la vecchia tecnica del cellulare, su cui digito con la stessa convinzione di Martin Luther King durante la stesura di "I have a Dream". Anche se, nel mio caso, sarebbe più corretto dire "I have a fear". (Nota bene: questa è una tecnica che uso anche per evitare i venditori ambulanti). 
Lo so, sarebbe molto più semplice stiracchiare un ammuffito sorriso di circostanza e dire due parole al meteorumano che mi ha mandata in crisi, ma il problema è che un ansioso sociale ha bisogno di preparazione per parlare con le persone, mica può improvvisare. Noi non abbiamo un repertorio di chiacchiere da salotto a cui attingere, dobbiamo fare una meticolosa preparazione e l'effetto sorpresa non ce lo permette. Perciò, cari normoumani, se per caso ci vedete fuggire come lepri zoppe davanti a voi, non pensate che siamo degli snob con manie di grandezza. Non c'è niente di personale, davvero: siamo solo totalmente, irrimediabilmente persone sull'orlo di una crisi di ansia sociale. 

Duille

domenica 20 agosto 2017

(My) Klimt Experience

All'incirca una volta ogni ciclo solare mi concedo una mostra al museo. Il motivo di questa rarefazione museale è scontato quanto una foto di sushi su Instagram: costante scarsità di denaro. Ciò nonostante, quando il desiderio culturale chiama prepotentemente, rompo il porcellino e mi concedo un momento di alta cultura da poter sbattere in faccia ai conoscenti, per darmi un tono. Quest'anno inoltre avevo il vantaggio di avere in dotazione la carta dei musei, che schiudeva le porte di ogni mostra.
In questi giorni il mio cuoricino batteva per Klimt, una mostra che prometteva ben più dei soliti quattro quadri da guardare con le dita abbracciate al mento e lo sguardo tatticamente socchiuso per sembrare un vero intenditore. Il Mudec (il museo che ospitava la mostra) prometteva un'esperienza multimediale, immersiva e totale nell'opera, una cosa che avrebbe dovuto far scoppiare gli occhi dall'emozione ed immergere in tanto di quell'oro da farci sentire Charlize Theron nella pubblicità di Dior (J'Adoooore!). Quindi il mio cuore innamorato ha trascinato me e la mia famiglia fino al Mudec, pronta ad assistere al più grande spettacolo dopo il Big Bang. Arrivata al bancone con il mio cuoricino in una mano e la tessera dei musei nell'altra, ecco arrivare la prima, profetica delusione: la tessera non mi permetteva di entrare gratis alle mostre temporanee. Buffo, se si considera che il Mudec vive di mostre temporanee e che l'unica mostra permanente è una microscopica collezione di oggetti provenienti dai quattro angoli del globo di cui neanche le targhette esplicative sanno molto. Praticamente, ti fanno spallucce quando le consulti. Ingoiando il tedio che mi aveva già iniziato a far ballare l'occhio dal nervoso, mi sono ritrovata a guardare la frase della commessa galleggiare davanti agli occhi ("Sono 12 euro, prego") e a questionarmi sul solito dilemma shakespeariano in salsa poraccia: to spend or not to spend? That's the question. Ma il cuoricino palpitava e la parola "Experience" sul tabellone di presentazione della mostra sfarfallava ammiccante, promettendomi il Valhalla sulla terra. Abbiamo deciso quindi di mandare alle ortiche il nostro lato risparmiatore e di sperperare i nostri averi al grido simultaneo di "Si vive una volta sola" e "lo facciamo per l'arte" (che, visto da fuori, sarà sembrato un mezzo pollaio, ma tant'è).
Mentre il mio portafogli piangeva la prematura dipartita dei miei soldi, il cuoricino mi faceva macinare gli scalini che mi dividevano dall'agognata (e ormai costosetta) mostra. Leggero come un colibrì, il cuore svolazzava lungo i pannelli introduttivi disposti a separé che però mostravano una chiara confusione esistenziale, dato che immagini e testi erano disposti in modo da costringerci ad un continuo balletto ondulatorio per accedere a tutte le informazioni. La profezia numero 2 ci aveva resi tutti simili a pendoli di un orologio ottocentesco. Uno spettacolo nello spettacolo. La profezia numero 3 ci stava aspettando all'ingresso della mostra, nella forma della maschera che staccava i biglietti. Questa, come una Pizia ultramoderna, ci ha detto cripticamente di non sostare nell'ingresso ma di "andare verso il centro". Il centro di cosa? Della Terra? Il centro della nostra anima? Il centro dell'universo? L'ombelico del mondo? Il nostro sguardo da turista davanti ad un cartello scritto in cirillico la diceva lunga sul nostro stato confusionale. Abbiamo proceduto oltre, ed ecco la profezia numero 4: un corridoio in cui si era costretti ad ammassarsi per leggere i dettagli (in ordine cronologico, quindi non saltabili) della vita dell'autore. Inizio a chiedermi chi abbia curato questa mostra: forse i Teletubbies o qualcuno laureato in approssimatologia. Finalmente siamo arrivate alla grande tenda di velluto che ci separava dall'"Esperienza". Entrando, abbiamo troviamo una stanza rettangolare. A terra c'erano una trentina di persone che osservavano le immagini. Sembrava che qualcuno avesse sbriciolato persone mentre mangiava un biscotto di umani. Sulle pareti (ma badate bene, non sul soffitto e pavimento) erano proiettate immagini delle principali opere di Klimt alternate ad animazioni di gusto discutibile e misteriose piante di edifici, che suppongo appartenessero all'epoca secessionista. Spoiler: non lo sapremo mai, perché questa mostra non aveva neanche una spiegazione, neanche una didascalia, neanche una sillaba caduta per sbaglio sullo schermo per un incidente con la tastiera. Niente. di. Niente. L'aspetto didattico era già andato nel cesso e non ero neanche entrata! Ottimo!
L'assenza di parole era compensata da una costante presenza di brani di musica classica messi a caso ad accompagnamento delle immagini. E parliamone, di queste immagini: le proiezioni erano tutto fuorché immersive e non solo perché i curatori avevano dimenticato che una stanza è un poliedro con 6 (6!) lati, ma anche perché i pannelli non mandavano un'immagine unitaria del dipinto, ma una ripetizione dello stesso su ogni parete: su ogni muro erano proiettate due volte le immagini, creando un effetto più da stanza degli specchi che da acquario ed un mal di testa cronico da iperstimolazione visiva. Primo colpo del mio cuoricino. Seconda cosa, forse la più imbarazzante: le ANIMAZIONI. Una ode al trash che sembrava uscito direttamente dalla mente di Kesha. Ritagli di immagini femminili tratte dalle opere klimtiane che ondeggiavano fingendo di nuotare in mari di pesci (anch'essi dettagli ritagliati dei quadri), riproduzioni digitali di palazzi d'epoca lucide come solo il peggior digitale sa essere che scendevano come marionette da un palchetto ottocentesco, tende di velluto rosso che, più che omaggiare Klimt, catapultavano in una puntata di Twin Peaks, e, chicca delle chicche, fiamme digitali, anche loro in serie, che arrivavano direttamente dai primi anni 2000 e accompagnate dai Carmina Burana (bye bye Klimt, welcome Inquisizione spagnola!). E poi, altra ciliegina sulla torta: gli ingrandimenti a scorrimento dei quadri. Se consideriamo che l'80% dei lavori di Klimt sono nudi artistici, potete immaginare cosa possa significare farne degli ingrandimenti a scorrimento verticale su un maxischermo. Praticamente, il sogno di ogni adolescente maschio degli anni '70! Ci siamo ritrovati ad "ammirare" per interi secondi gigantografie di pubi rossicci, sederi di ragguardevoli proporzioni e seni grandi come lampadari di cristallo.
La raffinatezza klimtiana trasformata in una versione su tela di Playboy! In sostanza, quello che abbiamo potuto apprezzare è stata una presentazione in Power Point un po' osé per analfabeti. Avrei dovuto intuire che sarebbe andata a finire così dalla profezia numero 5: un bambino che, all'ingresso, si rifiutava di entrare dicendo "io ho 8 anni, mica 18". Quanto aveva ragione! Nemmeno io ero preparata a tanto! Ad un certo punto, annoiate da questo tripudio di ingrandimenti, musica e tendaggi da quattro soldi, abbiamo deciso di passare alla stanza successiva. Io volevo nuotare nell'albero della vita, volevo camminare vicino al fregio di Beethoven, volevo immergermi negli ori. E invece, mi sono immersa nell'uscita. Esatto. L'intera mostra era composta da quella esposizione multimediale che poteva funzionare forse solo all'esame di maturità di qualche studente di un istituto tecnico. Ho capito in quel momento perché la gente continuava a ritornare nello stanzone principale, con una faccia leggermente alterata. Erano rimbalzati da un campo di forza fatto di delusione, disappunto, imbarazzo e la vaga sensazione di essere stati truffati. I rimbalzati si riconoscevano subito: faccia tirata, bocca a culo di gallina, e tentativi poco efficaci di dissimulare. Mia sorella poi, una volta rimbalzata, aveva assunto la sua tipica faccia da struzzo, pessimo segno per una eventuale recensione positiva. Diciamoci la verità: questa mostra era un disastro. E' stata curata probabilmente da una giraffa intenta a mangiarsi una caccola, costruita graficamente da un quindicenne ormonato e messa sul mercato con lo scopo di truffare più persone possibili! Avrebbe potuto essere una esperienza immersiva solo se fossimo stati tutti sotto acidi! E anche così, non garantisco che quello che avremmo visto sarebbe stato Klimt! Dopo un'ora e mezza lì dentro, ormai annoiate a morte e visibilmente incavolate, abbiamo deciso di aver espiato abbastanza i nostri peccati e ce ne siamo andate. Solo per incontrare l'ultima beffa: il negozio di merchandising a tema Klimt come tappa obbligata pre uscita. Non ho ribaltato tutto solo perché erano prodotti molto costosi. Quella sì, però, che sarebbe stata un'esperienza immersiva! 

Duille

domenica 13 agosto 2017

Capitolo 21: Il Racconto dell'Ancella

Raccontare un romanzo distopico è quasi impossibile: gli spunti di riflessione, le simbologie e le tematiche in essi sviluppate sono sempre così tante da richiedere come minimo una tesi di un centinaio di pagine solo per accennarli.
Il Racconto dell'Ancella, di Margaret Atwood, non fa eccezione. Si tratta infatti di un romanzo denso come una salsa tonnata e dalle tematiche serie come un basset hound quando non corre. Il romanzo presenta molti degli elementi propri del genere, come la totalitarizzazione della società, l'ideologia fondamentalista, la ritualizzazione della vita, il controllo claustrofobico e l'alienazione dell'amore. Ci troviamo infatti in una Stati Uniti post bellica, in cui una dittatura di stampo cristiana  ha organizzato la sua società, piagata da un'infertilità globale, secondo una struttura gerarchica in cui gli uomini hanno il potere assoluto sulle donne, diventate oggetto da utilizzare a scopo domestico (le Marte), come immagine da sfoggiare (le Mogli) o con funzione riproduttiva (le Ancelle). La Atwood tratteggia un mondo esasperato, in cui l'ideologia religiosa diventa motore e giustificazione assolutoria per epurazioni di massa, misoginia, schiavismo, tortura, stupri e violenza.  In essa viene negata ogni libertà individuale, compresa quella dell'identità, nella folle convinzione di regalare alle donne in cambio  protezione, cura, rispetto e un nuovo tipo di libertà, la libertà dal famelico sguardo maschile e dalle imposizioni sociali che schiacciavano la vera natura del femminile: la procreazione e la cura del focolare domestico. L'innalzamento del femminile che passa attraverso il suo totale annientamento, quindi. E' un mondo che punta tutto sull'indottrinamento forzato dei suoi adepti/prigionieri, nella forma di propagande religiose, frasi da ripetere come formule magiche, slogan distorti pescati dal Vecchio Testamento e nomi fintamente rassicuranti, come Zia, Rigenerazione, Ancella, Partecipazione, lupi travestiti da agnello dietro cui si celano aguzzini, impiccagioni, uteri in affitto, lapidazioni. L'indottrinamento, nel romanzo, passa soprattutto attraverso la costruzione di complessi rituali ordinanti, che tentano inutilmente di incivilire il bestiale, come tappeti troppo stretti sotto cui nascondere le ceneri dei cadaveri bruciati e che trovano massima espressione nel rituale della Cerimonia e nella ritualizzazione della violenza. Il mondo della Atwood è quindi un mondo che tortura psicologicamente i suoi abitanti, isolandoli in un guscio di solitudine in cui muoiono lentamente: ciò viene fatto attraverso un continuo controllo dell'uomo sulla donna e della donna sulla donna, in cui tutti sono la spia di tutti. La sensazione costante è quella del fantasma di un cappio che segue ogni tuo passo.
In questa realtà fintamente ordinata, vi è poi un totale annullamento dell'amore e l'isterizzazione della sessualità, che diventa pura meccanica a fine riproduttivo, impersonale ed alienante, oltre che vero nodo centrale dell'intera vicenda e primaria spinta propulsiva del totalitarismo.
Accanto a questi elementi canonici troviamo poi i veri temi innovativi del romanzo, impregnati di una sottigliezza tagliente come il bordo della carta e squisitamente femminile, a partire dalla sua protagonista. La storia verrà infatti narrata in prima persona da Difred, un'Ancella. Difred non è un'eroina classica né un'antieroina, non combatte nella resistenza e non è una spia. Lei vive, come viveva, negli spazi bianchi tra le colonne dei giornali, "negli interstizi tra le storie altrui". E' una donna che ha come unico scopo quello di sopravvivere. Fisicamente e mentalmente. La sua sopravvivenza passa attraverso una catena di pensieri ininterrotti che ci accompagna per tutta la narrazione, ma non un vero flusso di coscienza, quanto un esercizio, per mantenersi viva, per restare sana di mente, per occupare il tempo, per tappare ogni buco di silenzio in cui si potrebbe insinuare la consapevolezza. Il pensiero è la sua arma di ribellione, l'ultimo baluardo della sua identità negata. Penso, quindi sono. La sensibilità femminile della Atwood emerge proprio in questa scelta, nel porre il pensiero, e non l'azione,come accade in molti romanzi maschili, al centro della lotta. Il mondo di Difred è fatto di dettagli visivi: portaombrelli, mattoni, soffitti decorati senza lampadario, tendine bianche che di volta in volta assumono nuovi significati. Difred vi indugia, li studia, li percorre al millimetro, li amplifica per non perdere nulla, per riempirsi di qualcosa laddove lei è svuotata, snaturata. Il Racconto dell'Ancella è un libro-testimonianza, un libro-solitudine, un monologo riempito di tutto ciò che aiuti a sentire qualcosa in più della paura di fare un passo falso, di essere sorpresi ad essere ancora se stessi. Così Difred pensa, indugia sulle rifiniture delle finestre, sui gambi dei fiori, sui cadaveri appesi al Muro, sulle uova traslucide della colazione. La narrazione in questo modo assume tratti atipici per questa tipologia di romanzi: è lenta, alienante e ripetitiva nei contenuti, volutamente stagnante, come una giornata particolarmente afosa, ma che è resa fluida e stimolante dalla scelta stilistica dell'autrice, che predilige una narrazione asciutta nella costruzione del periodo ma impreziosita da una catena di similitudini originali ed estremamente evocative.
Altro aspetto innovativo è la particolarissima vicinanza, quasi adesiva, tra il futuro distopico e il passato. Galaad non è solo una società distopica, ma una società che si è distopizzata. Vi è un costante riferimento, nella narrazione di Difred, ad episodi del suo passato, della sua quotidianità fatta di sandali, di collant premuti sulla gamba, di abitudini sempre più lontane e quasi diventate a loro volta bizzarrie distopiche. Questo continuo riferimento al nostro presente non fa altro che incrementare il realismo e la nostra identificazione con il personaggio. Difred siamo letteralmente noi. E' quello che potremmo essere non in un futuro lontano, ma domani, o anche oggi. Forse sta già accadendo e non ce ne stiamo rendendo conto. Proprio come lei. 
Sicuramente però l'elemento più interessante è la strutturazione della società, che trova il suo fulcro nell'oggettificazione definitiva della donna, diventata puro suppellettile, domestica o utero. Questa depersonalizzazione trova massima espressione nella scelta dei nomi delle Ancelle. Difred infatti non è il vero nome della protagonista, ma un patronimico che ne sottolinea ulteriormente la sua natura di oggetto posseduto da altri. Difred significa semplicemente che quella ancella è Di Fred. Appartiene a Fred. Si tratta di un tema analizzato ancora una volta con una sensibilità squisitamente femminile e che amplifica il senso di claustrofobia del romanzo e l'identificazione con la protagonista.
Menzione d'onore spetta poi alla postfazione, che racchiude l'apice dell'intuito creativo dell'autrice. In essa troviamo un ammonimento chiaro ed esplicito a noi lettori, dato che tutto ciò che viene rappresentato nel romanzo non è pura invenzione, ma la sintesi di diverse pratiche esistenti o esistite nella storia. Una scelta di esplicitazione originale in un romanzo distopico, che solitamente predilige lasciare al lettore il compito di un'analisi critica delle tematiche.
Tutto questo è possibile solo ed esclusivamente grazie alla estrema bravura dell'autrice e alle sue sapienti e studiate scelte narrative: il flusso di coscienza le permette di immergerci totalmente nella vicenda e guidarci a suo piacimento lungo i diversi archi temporali, senza ordine di continuità, rendendo tutto estremamente naturale, come se fosse un pensiero che si insinua, che emerge come un tappo di sughero galleggiante sull'acqua. Ciò le permette di dare le inevitabili spiegazioni, di raccontare i come ed i perché senza perdere mai il qui e l'ora. La scelta di usare il presente indicativo, inoltre, le permette di incrementare l'effetto dissociativo del racconto, annullando il tempo e appiattendo tutto in una quotidianità soffocante, alienante e costringendo in un presente ripetitivo come il movimento di una lancetta d'orologio. In definitiva il Racconto dell'Ancella è un romanzo avvincente, attualissimo nelle tematiche, un prodotto letterario meticolosamente studiato ed egregiamente costruito e, naturalmente, un esempio della raffinatezza del pensiero artistico femminile. Un libro che non lascia scampo, un libro alla Anna Frank, un monito a fare attenzione, a non dimenticare che quello che abbiamo è fragile come un nome scritto sulla carta.  
Duille

"Esiste più di un genere di libertà, diceva Zia Lydia. La libertà di e la libertà da. Nei tempi dell'anarchia, c'era la libertà di. Adesso vi viene data la libertà da." (p.31)




lunedì 7 agosto 2017

L'estate (troppo) addosso

Le mie estati, da un po' di anni a questa parte, sono caratterizzate sempre dalla stessa fissazione: l'ossessivo controllo del meteo. Lo consulto sul cellulare, lo adocchio dal computer, lo attendo sul telegiornale con il pathos di un cittadino davanti alle ultime notizie di guerra. Se nei thriller il protagonista tendeva l'orecchio cercando di captare i passi felpati dell'assassino di turno, io tendo l'occhio, in cerca di quella chiazza rosso vivo, quella voglia rubino che si allarga sulla cartina europea come una macchia di olio sulla maglietta preferita, e che annuncia la fine della voglia di vivere e, naturalmente, l'evaporazione della mia pressione sanguigna.
La guerra dei mondi inizia con l'arrivo del terribile, sadico Anticiclone, atteso come la visita della suocera con cui non vai d'accordo e traumatizzante quanto la scoperta del primo capello bianco. Il terrorismo psicologico, volto a gettarci nel panico ancor prima del suo arrivo, non è dato solo dal colorito incandescente che vediamo nello schermo, ma anche dal nome che masochisticamente diamo loro. Così, giusto per stemperare. Nomi bellicosi, come Scipione o Hannibal, carico di promesse di una morte lenta e dolorosa, ma anche nomi biblici, come Caronte o Lucifero, che ci catapultano in un ricordo scolastico fatto di complesse traduzioni di certe terzine incatenate disposte sui nostri libri in colonnine ordinate e severe. Dante non lo sapeva, ma ha contribuito non poco alla meteorologia del nuovo millennio, almeno dal punto di vista anagrafico. I vari Caronte e Minosse ci forniscono un assaggio di Inferno, ci regalano una simulazione realistica dell'esperienza della faraona nel forno, ci omaggiano degli aspetti meno piacevoli della vita nel deserto senza la controparte esotica. E' semplicemente il Sahara che apre un temporary shop abusivo sulla nostra testa senza che noi possiamo farci niente. Loro arrivano, si piazzano e ci devastano con la loro calorifera presenza, regalandoci un'estate che ci sta decisamente troppo addosso e unendo l'umanità in un unico, prolungato gemito di dolore, stranamente simile al verso di una capra. Non solo. Gli anticicloni ci riportano alle origini della specie, prima dei mammiferi e degli anfibi, all'epoca dei pesci, rendendoci brutte ma forse più realistiche sirene con gli occhi a palla, boccheggiamenti pieni di parole mute (imprecazioni mute), pelle lucida e maleodoranti profumi di disperazione davanti all'ennesima sveglia a base di raggi solari. Gli anticicloni ci decostruiscono, ci spogliano delle architetture sociali restituendoci animali privi di trucchi scenici per affascinare, senza messe in piega ordinanti, senza biglietti da visita indossabili. Solo il muto grido del bisonte accaldato in cerca della pozza d'acqua ghiacciata che, nel nostro caso, è rappresentato dalla confluenza nei centri commerciali.
Tanti fenicotteri rosa starnazzanti nello stesso spazio, una scelta a cui ci pieghiamo volentieri, in nome del Santo Graal estivo, l'aria condizionata. Tutto per evitare quella situazione di disidratazione costante a cui i vari Scipioni ci costringono. Gli anticicloni infatti ci rendono rubinetti che perdono: personalmente, tutto quello che, in questo periodo, immetto nella bocca, lo espello subito dopo attraverso i pori disseminati lungo il corpo, pori di cui tra l'altro ignoravo l'esistenza fino a questo momento. L'anticiclone quindi fa lo smargiasso insegnandoci la biologia a colpi di esempi, mostrandoci la ghirlanda di sudore che ci ricopre avambracci, gambe, colli, fronti, come fossimo birre appena uscite dal fiume, salvo poi ricordarci che tutto questo mosaico liquido che imperla il corpo non è solo acqua. Magari lo fosse. No, noi non siamo birre uscite da un ruscello di montagna, ma pesci lasciati troppo tempo fuori dal frigo. Ed infatti presto, troppo presto, tutta la pelle si ricopre di uno strato di colla di pesce, caramello che si appiccica a tutto quello che -maledizione!- tocchiamo e ci rende carta moschicida di noi stessi. Ci sciogliamo, ci appiccichiamo dolorosamente alle pareti, alle sedie, ai pavimenti su cui tentiamo un disperato refrigerio e alla nostra stessa pelle, naturalmente, con un effetto esfoliante decisamente non voluto. E poi, naturalmente, dopo giorni tutti uguali di arsura, miraggi e rituali pagani per invocare invano la pioggia, subentra l'irritazione verso il mondo tutto che, con la sua sola presenza respirante, traspirante, semovente, produce nuovo calore. E così l'anticiclone dal nome bellicoso si incarna in noi, rendendoci a nostra volta Minossi, Caronti, Scipioni, Luciferi, e spingendoci facilmente al pensiero omicida anche per il posto rubato alla fila della posta. Diventiamo teste calde perché abbiamo la testa calda. E questo perché l'anticiclone scioglie tutto con la sua fiamma ossidrica, anche la distanza tra letterale e simbolico. Semplicemente, tutto si fonde insieme, come il tempo, che diventa un colloso presente senza fine né inizio. Come il giorno e la notte, che sono solo un cambiamento di luce in questo sottomarino di afa. Morale della favola quindi, l'anticiclone è un viaggio indesiderato nel deserto dei Tartari, la fine del mondo così come lo conosciamo e l'inizio di una versione meteorologica di Hellraiser. E dato che la situazione non andrà migliorando di anno in anno, speriamo almeno che, una volta finiti i nomi storico/biblici, l'ufficio anagrafe climatico inizi a dare nomi più interessanti a queste succhiavita aeree. Almeno ci potremmo consolare sapendo che stiamo morendo per mano di Sauron, Voldemort, Il Nulla, Miss Coultier, Grindewald, Smaug o il Demogorgone. Se non altro, il mio lato nerd sarebbe soddisfatto.  
Duille

Visite

Powered by Blogger.

Post by mail!

Lettori fissi

Archivio blog