lunedì 9 ottobre 2017

La torta che dimostrò (inutilmente) l'esitenza della gravità

Arriva un momento, nella vita, in cui vieni messo alla prova. Un momento in cui ti si chiede di dimostrare le tue abilità, di imbracciare la spada e combattere in nome della gloria, dell'onore e dell'autoaffermazione. Per me, quel giorno è sempre quello del compleanno di mia madre e la sfida, il mio torneo Tenkaichi, è la preparazione della torta.
Mi preparo tutto l'anno per questo avvenimento importantissimo, mi esercito, mi addestro come un pasticcere di Bake off nelle mani di Gordon Ramsey nelle notti di luna piena, provo costantemente ricette nuove, attingendo al catalogo della sensei Giallo Zafferano, mi documento come il Diderot di Sepulveda, sono persino iscritta al canale Youtube di Rosanna Pansino che, per chi non la conoscesse, fa torte da urlo (in senso buono). Provo ricette di difficoltà crescente, a Natale metto addirittura alla prova la mia resistenza cucinando contemporaneamente due o tre torte e sfornando eserciti di omini biscottini. Negli anni ho imparato a padroneggiare molti degli strumenti più letali: sono abile nell'impugnare la frusta a  mano, sono cintura marrone di cucchiaio di legno, maneggio con disinvoltura le fruste elettriche e ho stipulato un trattato di non belligeranza con il mio forno sgangherato. Tutto per offrire, in occasione del compleanno della mia madre preferita, la torta perfetta, il dolce dei dolci, la Miss Italia dei gateau zuccherini. Quest'anno, reduce da un periodo di torte fortunate e di svariati fallimenti molto frustranti ma estremamente educativi, ho deciso di essere saputa abbastanza da poter fare il salto di qualità e alzare di una tacca l'asticella della difficoltà, creando il mio ideale di torta bella: una morbida, spugnosa torta a due piani decrescenti, farcita di voluttuosa crema pasticcera e spumosa crema diplomatica. Il tutto ricoperto da una cascata di candida, immacolata ghiaccia reale e decorata con perfetti fiocchi di meringa a forma di cupoletta, leggeri come nuvole primaverili. Tutto rigorosamente home made. Le premesse erano promettenti e i pronostici in mio favore: sapevo fare la torta, padroneggiavo l'arte della mescolanza della crema pasticcera (movimenti morbidi ma costanti) ed ero abbastanza pratica nell'alchimia della diplomatica come solo un allievo di Piton poteva essere.  L'unica novità per me era la preparazione delle meringhe e della ghiaccia reale, ma partivo fiduciosa dopo l'insperato successo ottenuto con le meringhe, che non erano assolutamente uscite a cupoletta come prevedevano i miei piani, ma non si erano nemmeno espanse sulla leccarda come le mie cosce quando, in estate, mi siedo su una superficie dura. Insomma, partivo da un discreto successo ed ero pronta a fare la doppietta e regalare alla mia genitrice una torta con i controfiocchi. In fondo, si trattava di assemblare insieme singole cose che sapevo già fare, cosa poteva andare storto? 4 ore dopo, ho capito che, quando si tratta di cucina, entrano in gioco forze di cui sono evidentemente all'oscuro, perché, a quanto pare, due più due non fa quattro e la somma delle parti non fa una torta, ma un terribile mostro di Frankenstein.
La mia torta era quanto di più lontano dal progetto originale si potesse pensare. Non era neanche un fallimento, era qualcosa di più, era il parto di una creatura demoniaca che ci avrebbe divorato tutti, nella sua coltre di zucchero e creme strabordanti, o meglio, era una versione culinaria del disturbo depressivo, con la sua faccia molle da blobfish che mi fissava rassegnata da dentro il frigorifero. Insomma, era brutta, ma di una bruttura che non avevo mai raggiunto, neanche quella volta che tentai di fare il frosting rosa per dei cupcakes e venne fuori una specie di liquame rosa per marmitte. La situazione potrebbe essere riassunta in questi termini: non avevo considerato la legge di gravità. E la mia imperdonabile ignoranza è stata punita con un lungo smottamento a rallentatore, che ho guardato con gli occhi sbarrati dell'inevitabile sciagura e l'espressione dell'urlo di Munch, mai così calzante come questa volta. Ma lasciatemi entrare nei dolorosi dettagli: le creme erano tutte troppo morbide e sbordavano copiosamente fuori dalla loro postazione, mentre le placche di torta ci pattinavano sopra allegramente, forse convinte di essere a Central Park sotto Natale, e costringendomi a continui riposizionamenti all'urlo di "state ferme, cazzo!" (sì, divento colorita quando sono in piena crisi esistenziale). La ghiaccia reale, poi, è stato il mio più grande fallimento: era inspiegabilmente sottile e terribilmente liquida, si solidificava con una lentezza esasperante e rifiutava di ricoprire decentemente la mia torta già fin troppo ballerina. Più io cercavo di piazzarla sulla cima della torta, più lei si andava a concentrare sulla base del piatto, mischiandosi irrimediabilmente con le creme già accumulatesi sulla superficie di ceramica verde e creando una versione edibile di un'esondazione del Seveso. Mancavano giusto qualche tronco d'albero e una macchina sacrificata al dio dei fiumi. Alla fine, la versione base della torta era davvero inguardabile, con un colorito bianco-giallognolo che poteva stare bene solo ad un malato di ittero o ad un portatore di Peste sfuggito dalle pagine dei Promessi Sposi.
Cercare di rimediare coprendo il tutto con le decorazioni non ha fatto che peggiorare la situazione: le meringhette, che dovevano essere il pezzo forte della decorazione, erano dei bottoncini informi che di nuvola non avevano neanche la composizione chimica, ed in più scivolavano inesorabilmente verso il basso, attratte dalla puccia reale che si era ormai creata sul piatto. E dato che, come quando ti si rompono gli elettrodomestici, le pessime idee non vengono mai sole, ho pensato di sostenere il tutto con un'esplosione di colorati confetti al cioccolato, nella speranza di incastrare tutti i pezzi come un tetris e salvare la mia torta dal diventare la prima subitanea serial killer della storia. Come dicevo, è stata una pessima idea, e non solo perché i suddetti confetti si sono rivelati estremamente conformisti, seguendo lo stile di condotta dell'intera torta e soccombendo immediatamente alla forza di gravità senza neanche fingere di lottare, ma anche perché, orrore degli orrori, lo zucchero colorato, al contatto con la semisciolta ghiaccia reale, ha iniziato a sciogliersi, lasciando macchie sbiadite un po' ovunque e uniformandosi anch'esse al colorito malaticcio dell'intera composizione. Nonostante i miei sforzi, le mie imprecazioni, le mie preghiere ed un principio di crisi isterica mal contenuta, la torta si è rivelata quello che voleva essere: lo starnuto di un unicorno con il raffreddore. Inguardabile. E un colpo alla mia autostima che non sarà presto dimenticato. In quei momenti di disperazione, mi sono sentita come Flora, Fauna e Serenella alle prese con la torta di compleanno per Aurora. Solo, senza il loro incrollabile ottimismo.  La verità però non è che sono stata battuta dalla forza di gravità, o che il destino si è scagliato brutale contro la mia creazione, né che gli dei hanno cospirato contro la mia felicità terrena. La verità è molto più semplice: io non so fare belle torte, come non so impiattare una pietanza e non so fare bei biscottini decorati. Per quanto mi prepari, per quanto mi alleni, studi, mi documenti e mi eserciti, per quanto io possa sottopormi ad estenuanti addestramenti militari a colpi di sac-a-poche, nulla mi riuscirà a redimere dalla mia totale, innegabile incapacità di rendere una torta bella. Mi devo rassegnare al fatto che le mie produzioni alimentari siano brutte di una irrimediabile bruttezza, come quella di Sloth dei Goonies. Ma verità porta verità e posso dire che, proprio come Sloth, sotto quegli strati asimmetrici di cioccolatini, creme e glasse malridotte, sotto quell'implacabile esperimento Newtoniano involontario, si celano di solito torte buone. Non ottime, certo, ma più che mangiabili. Posso creare torte che sembrano uscite dall'inferno dei cake designers, possono essere brutte al punto da incrinare gli specchi in cui si riflettono, ma nessuno si è mai rifiutato di prendere la seconda fetta. E anche questa volta, chiudendo gli occhi e superando lo shock iniziale di questa solfatara dolce, il bis è stato garantito! Alla faccia tua, Newton!
Duille

Questa, signori, è la mia torta. Perché non si dica che stavo esagerando...

  
domenica 1 ottobre 2017

L'effetto Cenerentola

Un caleidoscopio è un strumento costruito per affascinare ingannando. Guardandoci dentro, si vedranno forme cangianti e colori vivaci che riverberano alla luce del sole. Ruotandolo si vedono splendide composizioni geometriche che si muovono vivaci e che si espandono all'infinito, verso angoli incatturabili dall'occhio umano.
Ma in realtà si tratta solo di quattro vetri colorati, forse addirittura pezzi di plastica, che ruotano su se stessi in un cilindro ricoperto di specchi. L'ansia sociale è molto simile: a volte ti fa credere cose che non sono vere, ti illude di essere libera, piena di  entusiasmo e possibilità, sconfinata, una specie di Julie Andrews meno intonata e meno aggraziata che scorrazza come un vitellino felice sui monti dell'Austria, quando in realtà sei  ancora saldamente incastrata in quel tubo di cartone specchiato. E i risvegli da questa illusione, di solito, sono abbastanza dolorosi. Convinti di poter finalmente fare grandi cose (o almeno quelle che per noi sono grandi cose), di aver conquistato il traguardo dopo una estenuante corsa campestre durata 600 anni, 40 magliette e svariati litri d'acqua, ecco che lì l'ansia tira fuori il suo tiro mancino, ci strappa prepotentemente il caleidoscopio dalle mani e ci introduce alla brutale realtà della terza guerra mondiale. Niente Julie Andrews, mia cara, e niente campi verdi della terra del Pretzel. Solo l'invasione nazista della tua casa senza neanche un po' di brillantina da Broadway. Io chiamo questa rivelazione l'effetto Cenerentola. E' quel momento in cui suona la mezzanotte, l'incantesimo si spezza e ti ritrovi a cavalcare una cucurbitacea trainata da quattro roditori e con un sacco di iuta come vestito. L'effetto Cenerentola è come il risveglio del sonnambulo: violento, disorientante e con un possibile rigagnolo di bavetta accumulato sul colletto del pigiama buono. Il risultato di questo brusco risveglio è ovviamente simile ad un crash test, o al sempre attuale Willy il Coyote che si rialza dalla buca che ha creato cadendo nel canyon, domandandosi cosa sia andato storto nel suo piano. L'incudine che gli cade immancabilmente addosso subito dopo, è la risposta. E la risposta, miei cari, è sempre la stessa: l'ansia sociale ci ha messo lo zampino. Ma perché il Serraglio si diverte a torturarci in questo modo? Io credo che lo faccia perché sia annoia, soprattutto quando noi diventiamo cauti e ci trinceriamo dietro routine rassicuranti e a prova di imprevisto. Allora lui si zittisce un po', allunga il guinzaglio e ci fa credere che stiamo migliorando a vista d'occhio, che le cose stiano finalmente ingranando, che la terapia stia facendo effetto, che la meditazione stia riallineando i nostri Chakra, che il cero messo in chiesa sia finalmente stato notato lassù, ai piani alti, e che la dieta del minestrone stia bilanciando la nostra flora batterica, restituendoci alla vita. Come si dice, mens sana in corpore sano.
Ma non vi illudete, l'ansia non ci ha mollato un secondo, è ancora lì, aggrovigliata alla nostra materia grigia, sempre domiciliata tra il sistema limbico e la corteccia prefrontale. E quando noi finalmente iniziamo a prenderci gusto, zac! Tira il guinzaglio, stringe i lacci del corpetto, dandoci un colpo di reni che ammazza tutti i nostri sogni di gloria. Quel momento in cui il fiato si mozza è l'effetto Cenerentola. Per capirlo meglio, facciamo un esempio, tratto dalla straordinaria, nevrotica vita della vostra cavia di fiducia, ovvero la sottoscritta. 21 Ottobre 2015, è la serata di festeggiamento di Ritorno al Futuro. Decido di andare ad un evento in discoteca con la mia santissima, pazientissima sorella. Tenete conto che era la mia prima volta in discoteca ed ero reduce di una settimana di lotta greco-romana con la mia ansia, senza esclusioni di colpi e bassezze. Io avevo sfruttato tutte le mie armi razionalizzanti, avevo sfoderato i miei inscalfibili entusiasmi nerd e la costanza della studentessa sotto esame. Lei mi aveva sussurrato agghiaccianti pronostici di immediata morte per vergogna (ma poi, si può morire di vergogna?) e mi aveva dipinto uno dei suoi soliti scenari apocalittici fatti di dita puntate, di occhi giudicanti e di sorrisi di scherno sulla bocca di tutti. Eppure, ci sono andata (per la cronaca, niente applausi: mia sorella mi ci ha dovuto praticamente trascinare, io mi volevo avvitare ad ogni lampione che vedevo!). Dopo un primo momento di difficoltà (in cui avrei voluto essere risucchiata dal pavimento), la musica mi aveva coinvolta, la tensione si era sciolta e il Serraglio si era distratto muovendo i piedini al ritmo di Footloose e Take on me. Stavo bene, ero felice, mi sentivo libera come l'aria e carica come una dinamite. Ero normale in mezzo a gente normale. La sensazione di una vita! Io ballavo (o meglio, zompavo) mentre il Rimugiserpe ripassava i passi imparati con la Wii, il pipistrello girovagava tra le luci in un cosplay del lucernario di Batman e il Procione ringhiava a tempo di musica sulle sue zampotte pelose.
E poi è arrivato un tizio che ci ha invitate a ballare con un suo amico. Sipario. Improvvisamente la musica si è fermata, il silenzio è calato sulla sala, le luci si sono spente, tutte le comparse si sono immobilizzate inchiodandomi gli occhi addosso e, come se non bastasse, un occhio di bue mi ha abbagliata, lasciandomi come uno spettatore trascinato a forza sul palco dal comico di turno. Tutto il mio bel sogno dorato si è poi frantumato con un rumore sordo, lasciandomi davanti alla mia personale versione di Arancia Meccanica in bombetta e sghignazzo. Era giunto l'effetto Cenerentola, che mi aveva ricordato che in fondo io ero ancora un'ansiosa sociale piena di paranoie, bruttina e che non sapeva neanche ballare. Quindi che facessi poco la disinvolta. Potevo anche fingermi un bambino vero, ma restavo pur sempre un ciocco di legno intagliato. Ovviamente mi sono rifiutata di andare, ho declinato l'offerta con un meccanico "no, grazie" e sono rimasta lì a dondolare come la gonnellina di paglia di quelle bamboline hawaiane che si tengono sul cofano della macchina, cercando di camuffarmi tra una folla diventata nuovamente ostile, giudicante, sprezzante. Di colpo sono tornata Cenerella, il mio corpo si è ricordato di essere un fascio di nervi scoperti, e tutti i miei pori si sono dilatati in un effluvio di sudori freddi ad effetto detox che neanche un mese di sauna avrebbe potuto produrre. Mancavano giusto i topi e la zucca, per completare il quadro. Ancora una volta, solo il mio amore nerd e la mia tradizionale avversione per le imbarazzanti fughe precipitose mi hanno impedito di concludere la serata al rintocco della mia personale mezzanotte. Ma l'idea di nascondermi dentro un'intercapedine del muro mi ha sfiorato più di una volta. Questo, signori, è l'effetto Cenerentola: una randellata sui denti data da un rugbista, il risveglio deluso di Linus dopo una notte nel campo di zucca in attesa del Grande Cocomero.  L'effetto Cenerentola è il ritrovarsi nei propri panni - fin troppo stretti - dopo aver assaporato la vita da fashion blogger tutta lipgloss e sicurezza. Ci ricadiamo tutte le volte, non impariamo mai. Colpa della incrollabile fiducia che ci tiene in piedi ogni giorno come per altri fa la caffeina, certo, ma anche perché, ogni giorno, ad ogni passo in quel mondo spaventoso, sconfiggiamo il Serraglio, briciola per briciola, riducendo sempre di più le volte in cui si produrrà l'effetto Cenerentola. Così, un giorno, il caleidoscopio si rivelerà davanti alla prospettiva di una cena con gli amici, restituendovi alla vostra cameretta, ma un giorno, vi potreste ritrovare a svegliarvi dal sogno in una discoteca in cui, pochi anni prima, non avreste mai neanche sognato di mettere piede.

Duille


domenica 24 settembre 2017

Lettera ad autori di discutibili scelte letterarie

Caro ideatore dello spot a sostegno della lettura,
sì, proprio tu, che hai deciso di ricreare una scena da incontro romantico tra una lettrice e quello che suppongo essere un pirata, ambientata in una caffetteria e sulle note di Cime Tempestose. Questa non è una lettera di complimenti, ma una richiesta di spiegazioni per quello che reputo essere, nel migliore dei casi, un fraintendimento del romanzo e, nel peggiore, la prova schiacciante che tu, il libro, non l'hai mai neanche aperto. Forse giusto una sbirciatina, ma è più probabile che tu abbia cercato qualche citazione su Wikiquote o sul Tumblr di un'adolescente con l'animo tormentato.
La mia domanda è la seguente: perché Cime Tempestose? Perché optare per il romanzo della Bronte se la tua idea era quella di ricreare la magia di un colpo di fulmine? Eri sotto effetto di acidi forti? Hai letto il bignami scritto da Topo Gigio? Sei incappato in una fan fiction sui due protagonisti e hai pensato che fosse uno stralcio della storia originale? Perché, diamine, c'erano migliaia di testi che hanno ampiamente e divinamente affrontato l'argomento, basta chiedere a qualunque quaderno nascosto nel cassetto di un lettore a caso. C'era Jane Austen, c'era Dante e Shakespeare (ma non quello di Otello o Amleto eh? Ho capito che hai gusti strani, tu!), c'era pure l'altra sorella, Charlotte, se proprio volevi restare in famiglia, ma no, tu hai scelto Emily e la storia d'amore più tormentata della letteratura, o almeno tra le prime 10. Che razza di scelta è? Tra centinaia di testi, hai scelto la storia di una coppia che, tra l'altro, non sarà mai tale, in cui la protagonista femminile muore dopo duecento pagine ed in cui il protagonista maschile sarà assorbito per l'intera narrazione da una vendetta sadica nei confronti della progenie di tutti i suoi nemici, compresa la figlia della sua amatissima. Davvero, ottima scelta! Perché non hai pensato di inserire anche, che ne so, Tess dei  D'Urbervilles, che veniva praticamente violentata dal suo amato? Se devi proprio fare scelte letterarie discutibili, tanto vale spararla grossa, non credi? E per la cronaca, non sto mettendo in discussione la scelta del romanzo, che è bellissimo, ma il contesto in cui è stato incastrato a forza. E' l'ambientazione che hai scelto, infatti, che mi fa dubitare A- della tua reale conoscenza della materia o B- dei tuoi gusti in fatto di amore. Diciamocelo, la passione tra Catherine e Heathcliff è più adatta ad una puntata di "Amore criminale" che non ad una serata sospirosa davanti allo schermo guardando Io prima di Te! Quello rappresentato dalla Bronte è un amore egoista, logorante, che consuma anima e corpo e che alla fine uccide. E' l'amore morboso che ti si attacca addosso come un tarlo per non lasciarti mai più. Roba che, al confronto, la relazione sfigata di Angel e Buffy era una favola della Disney! E questa è solo la superficie di una storia fatta di scelte sbagliate ed in cui l'egoismo detta legge più dell'amore. Cime Tempestose parla di dannazione, di orgoglio inscalfibile, di tormenti autoinflitti, non dell'amore passionale, generoso e pacificatore che tutti vorremmo vivere e che ci porta a rosicare pesantemente davanti alle coppiette innamorate viste per strada.
Tu vorresti dirmi che, alla luce di questa notizia, non provi neanche un po' di senso di colpa per quella poveraccia seduta sul divano a cui hai appioppato quell'incubo romantico? Perché io, personalmente, ho avuto un moto di pena per lei mentre guardavo il filmato. Quando poi ha avuto l'incontro con il giovane pirata, mi sono ritrovata in piedi ad urlare allo schermo "Fuggite, sciocchi!" scomodando ancora una volta Gandalf. Avrei addirittura fatto volentieri irruzione nella caffetteria impugnando un battipanni per far disperdere i due poveri malcapitati come fossero stati dei piccioni. Salvati in corner da un destino di tormenti e vendette intergenerazionali, e tutto a causa della crudele ignoranza di uno sceneggiatore/regista/non so che ruolo tu ricopra! A meno che, certo, non fosse tutto premeditato. Forse sei un misogino che desidera che tutte le donne finiscano come Catherine Earnshaw e prole. No, saresti troppo banale, è più probabile che tu sia una persona più democratica nel diffondere il tuo astio e, semplicemente, detesti i giovani nel loro insieme, soprattutto quelli che perdono tempo a leggere al bar invece di spaccarsi la schiena per guadagnare la loro pagnotta. Uno di quei cliché viventi che ammorbano tutti sostenendo che ai loro tempi le cose erano migliori. Certo, potresti anche essere un complottista che, invece di promuovere la lettura, la vuole disincentivare presentando un contenuto fuorviante di un libro, così da produrre una cocente delusione in qualsiasi ragazzina che si avvicinerà alla lettura di questo classico sperando di ritrovarvici l'amore romantico delle varie Bella ed Edward, oltre naturalmente a produrre una subitanea avversione da parte dell'intero genere maschile, minacciato di devirilizzazione se solo sfiorerà il tomo maledetto (si sa che i maschietti sono un po' sensibili sull'argomento). In quel caso saresti un genio del male capace di prendere due piccioni con una fava in nome dell'analfabetismo. Quasi ammirevole. Ma potresti anche essere in perfetta buona fede e aver scelto questa storia maledetta per seguire il trend sintomatico degli ultimi anni che vuole storie d'amore alla E. L. James, con uomini cavernicoli tirati a lucido e donne a cui sembra abbiano disossato il cervello con un cucchiaio da gelataio. Forse speri che, avvicinando i lettori a storie tormentate come questa, salverai almeno lo stile e la grammatica, se non le menti di chi lo legge. Un piccolo supereroe letterario, insomma. Qual è la verità? Cosa ti ha spinto a fare questa scelta? Vendetta contro il genere umano come Megamind? Odio nei confronti dei libri, come Gaston? Sindrome della crocerossina? Patologia? Ignoranza? Io, se posso, preferisco immaginare che, alla base di questa tua strana scelta letteraria, ci sia stata una considerazione troppo letterale del concetto di Romanticismo con la complicità di una googlata notturna dell'ultimo secondo, in cui hai pescato il primo testo classico spuntato fuori digitando la voce "libro romantico". In quel caso, galeotto fu il web e chi lo usò con leggerezza.
Duille


domenica 17 settembre 2017

La scala dello psicoaviatore

In quanto ansiosa sociale, ci sono all'incirca due miliardi di situazioni che possono mandarmi in corto circuito i neuroni. Diciamo che, al confronto, le pagine gialle sono un libretto di Peppa Pig pensato per ipovedenti. E naturalmente, essendo così tante le possibilità di morte da panico (della serie, "ti piace vincere facile?"), incappo in una di queste almeno una volta al giorno. Dato che non bastano le dita delle mani e dei piedi di tutta la Lombardia per poterle contare, ormai divido le singole situazioni ansiogene in categorie di grandezza, secondo una mia personalissima scala che sfrutta come unità di misura i velivoli e che io chiamo "la scala dello psicoaviatore". Più è grande il velivolo, più drammatica sarà la situazione che io, piccola psicoaviatrice, dovrò affrontare e maggiore sarà il numero di neuroni che manderò in fumo a causa dello stress. Perché, naturalmente, grandezza del velivolo e decesso neuronale sono in una relazione direttamente proporzionale l'una all'altra. Per capire meglio la mia classificazione, dovete tenere conto del fatto che la gravità della situazione, nel mio cervello in costante stress, è definito soprattutto da tre aspetti:
1. il livello di esposizione, ovvero quanto mi trovo al centro dell'attenzione. Per farvi un esempio, una cena molto affollata implicherà un livello di esposizione bassa, dato che potrò sfruttare i miei superpoteri da Wallflower mimetizzandomi con le pareti, mentre un dibattito in gruppo esigerà un maggior livello di esposizione, dato che mi verrà richiesta un'opinione. Come potete capire, molto dipende da quanto sarò in grado di sottrarmi all'occhio dell'altro, che è la mia Kriptonite.
2. la Prestazionalità, cioè quanto dovrò dimostrare la mia validità come persona, professionista, pensatore, giocatore, studente o organismo che cammina su questa terra. Insomma, quanto dovrò dimostrare di essere più di un ammasso di organi e pelle ambulante. Ne consegue che praticamente tutti gli ambiti di valutazione sono critici per natura e finirò a stressarmi allo stesso modo tanto per un esame all'università quanto per una partita a Taboo. Buona parte del problema, naturalmente, riguarda la mia anima precisetti, che pepa sempre la mia vita con una spruzzata di tormento come se mi trovassi in una versione accademica di un romanzo delle sorelle Bronte.
3. il livello di familiarità. Questa coordinata riguarda invece le persone coinvolte e contempla una dimensione quantitativa e qualitativa. La prima dimensione è piuttosto semplice da capire: la fifetta è direttamente proporzionale al numero di persone presenti nella stanza. Quindi, tanta gente = tanta paura. Fin qui, niente di nuovo. La seconda dimensione invece è più sottile, ma altrettanto semplice (sono ansiosa, mica originale): quanto meno conosco le persone che mi circondano, tanto più il mio livello di ansia crescerà. Quindi, in questo caso, la relazione è inversamente proporzionale. Inoltre, va considerato che la situazione peggiora nettamente se le persone presenti sono da me note ed etichettate come "disagianti", ovvero tutta quella marea umana di cui non mi fido, che spesso è giudicante, troppo diretta, leggermente aggressiva ed in linea di massima un po' imprevedibile. Le classiche spine nel fianco, insomma.
Detto ciò, possiamo tornare alle nostre categorie. Tenete conto che si tratta sempre di sezioni che mutano in relazione alle mie evoluzioni o involuzioni terapeutiche e che sono quindi estremamente personali. Per quanto ci siano delle situazioni che, universalmente, fanno sbiancare tutti gli ansiosi sociali, non sempre queste si trovano nella stessa posizione della classifica. Ciò dipende dalle caratteristiche individuali, dal livello di benessere raggiunto e dalla gravità del disturbo da cui si parte. Considerate quindi le situazioni contenute nelle mie categorie come strettamente vincolate alla mia persona in questo determinato momento storico.
La categoria più piccola è quella che chiamo "aeroplanino di carta". Comprende situazioni che gestisco con un basso livello di ansia e che quindi intaccano poco le mie risorse energetiche quotidiane di psicoaviatrice. In altre parole, sono tutte quelle situazioni che, conclusesi, non mi lasciano tramortita come Willy il Coyote dopo la caduta dell'incudine.  In questa categoria troviamo: comprare i biglietti dell'autobus, mettere una maglietta un po' meno mimetica, scegliere una nuova strada per tornare a casa, passare in mezzo ad un capannello di persone che intralciano la via, passare del tempo da sola, leggere ad alta voce in un contesto di gruppo, ordinare al ristorante, comprare una focaccia in panificio. 
La categoria intermedia è quella del drone. Riguarda tutte quelle situazioni che so di poter fronteggiare, ma che richiedono la ferrea forza di volontà di Nami e Mila durante gli allenamenti di pallavolo con l'allenatore Daimon e la dedizione, propria solo dell'istinto di sopravvivenza, di un orso bruno a pesca di salmoni. In questo secondo livello la vittoria non è mai assicurata e tra me e l'ansia si gioca una partita combattuta ad armi pari e senza esclusione di colpi. Tra le situazioni "drone" troviamo: entrare in un negozio affollato, scegliere il posto in prima fila in classe, sostenere un esame, andare dal medico, dover ritornare sui propri passi perché si è sbagliato strada, pagare in cassa, dare informazioni, mangiare in pubblico con persone che non conosco bene, mandare una mail a qualcuno verso cui non ho confidenza, fare una domanda, indossare il piumino invernale quando tutti stanno ancora portando la giacca d'autunno, chiacchierare del più e del meno con un estraneo e tutte le situazioni  in cui mi rendo vulnerabile davanti a persone che non siano la mia famiglia, come piangere o confidarmi. 
Infine c'è la categoria mongolfiera. Questa è sicuramente quella che mi da' più filo da torcere, zeppa di situazioni saldamente nelle mani del mio nemico ansiogeno ed in cui le mie doti aviatorie sono quasi nulle. Mi ritrovo a volare in terreni sconosciuti, pericolosi come la valle di Mordor in preda ad uno sfogo sulfureo ed il livello di stress è alle stelle. Molte di queste situazioni sono ancora inespugnate, altre sono faticosamente affrontate, ma solo perché mi ritrovo con una simbolica pistola puntata alla tempia. In questi casi mi ritrovo ad interpretare un gladiatore con i muscoli di Fantozzi ed il coraggio di un chihuahua sul divano che sta per essere schiacciato da un paio di natiche particolarmente corpose.
Tra le cose più terrificanti che non faccio ancora o che faccio solo dietro minaccia di esecuzione immediata di tutti i miei cari e della mia progenie futura, ci sono: fare o ricevere una telefonata da un numero sconosciuto, comunicare il mio evidente disaccordo con persone che non conosco bene, parlare in pubblico (ovviamente), andare in posti nuovi, vestirmi in modo appariscente, fare un colloquio, ordinare telefonicamente una pizza (ma non necessariamente solo una pizza), far valere i miei diritti con uno sconosciuto che mi scavalca nella fila al supermercato, confessare una cotta (non necessariamente al diretto interessato), andare a ballare, assistere ad uno spettacolo in cui è richiesta la partecipazione attiva del pubblico, cantare al karaoke, essere impulsiva, leggere ad alta voce i miei scritti a qualcuno, e tutta una serie di situazioni che comprendono il fare qualcosa da sola in contesti popolati: andare al bar, al cinema, al ristorante da sola, partecipare ad un corso da sola, viaggiare in posti nuovi da sola, fare palestra da sola....insomma, avete capito.
Conclusione, la mia vita da ansiosa sociale è scandita e strettamente regolata dai livelli di ansia che colmano il mio saturimetro quotidianamente. I vincoli sono tanti, le sfide innumerevoli, le energie sprecate inutilmente terrorizzandomi davanti ad un chiosco dei gelati come se fossi al cospetto di un T-rex con la laurea, incalcolabili, eppure posso dire di cavarmela discretamente. Conoscendo bene le mie paure e il livello di stress che mi causano, imparo ad organizzare le imprese in base alle mie risorse e a spingere l'acceleratore su tutte quelle situazioni che so di poter affrontare, anche se mi spaventano quanto It ha terrorizzato i pargoli della mia generazione. Non bado troppo, quindi, agli aeroplanini di carta che mi si fiondano addosso ogni giorno, ma concentro tutte le mie energie per abbattere i droni che mi si parano davanti come Kylo Ren durante uno dei suoi accessi di rabbia. L'obiettivo è spostare sempre più in alto il limite massimo delle mie risorse di psicoaviatrice e utilizzare la mia spada laser per fare a pezzi più droni possibili, così come fece Luke durante il suo primo addestramento nel Millennium Falcon. Addestrare la Forza, per combattere il mio Darth Vader personale. Un drone alla volta. Fino a poter prendere tra le mani anche l'ultima mongolfiera. 
Duille


martedì 12 settembre 2017

Assaggi #1: L'effetto Mozart

In principio era il suono, diceva Franco Fornari in Psicoanalisi della Musica. Noi siamo il suono e veniamo dal suono: il suono è la prima cosa che sentiamo nella vita intrauterina ed è il primo segno del nostro ingresso nel mondo. Ci identifichiamo nel suono del nostro nome, attraverso il suono entriamo in contatto con gli altri, nel suono esistiamo, ci comprendiamo e ci rendiamo comprensibili. Il suono, quindi, ci contiene, ci riempie, ci circonda e ci plasma.
L'evoluzione del suono è la musica, che dà ordine e creatività ad un interno già musicale. E' ritmo, come il battito cardiaco della madre che sentivamo quando ci addormentavamo sul suo petto. E' ancora suono, come quello, unico nel suo genere, che emettiamo dalle corde vocali e che è una seconda impronta digitale. E' gioco, come quei primi vocalizzi che emettiamo da lattanti, che fanno vibrare tutto il corpo, come fossimo la cassa armonica di una chitarra. E' identità, come quella che riconosciamo nella rassicurante melodia del nostro genere preferito. E' armonia, come quella che ci colma quando sentiamo il vento frusciare tra gli alberi, o l'acqua gorgogliare in un fiume. La musica quindi fa parte di noi a tal punto da diventare uno strumento di cura potentissimo, perché parla il linguaggio privo di semantica che ci apparteneva prima ancora che ci appartenesse l'aria stessa. E questo, in estrema sintesi, è quanto ci spiega Don Campbell nel suo saggio, l'Effetto Mozart. La musica cura, il suono ripara, la melodia placa i tumulti. L'effetto Mozart è l'effetto salubre, curativo, quasi magico che la musica può donare, e che trova la sua massima espressione nella produzione di Mozart, costruita per rispettare determinati parametri che la rendono adatta al rilassamento concentrato, alla creatività, alla guarigione. La musica, sia essa strumentale o naturale, ci rilassa, ci carica, è un antidepressivo naturale, è uno strumento adatto alla meditazione, è un antidolorifico, risveglia dal torpore e ringiovanisce il più acciaccato degli anziani, è un canale di comunicazione verso parti segrete e memorie perdute. Ed in più, ci dice Campbell, cura.
Non cura come una medicina, ma come una terapia, fatta di respiri, vocalizzi, polmoni che si espandono, vibrazioni sonore che si riverberano nei nostri vuoti, di corpi che si liberano da gomitoli di voci soffocate per troppi anni e di cui avevamo ormai fatto l'abitudine. Se usata con sapienza e consapevolezza, la musica può rinforzare il sistema immunitario, può velocizzare i tempi di recupero dalle operazioni chirurgiche, può sciogliere gli stati d'ansia. La musica raccontata da Don Campbell non è solo fede nel mezzo sonoro, ma anche scienza e ricerca. Ci sono studi che dimostrano come le vibrazioni di alcuni strumenti musicali possano influenzare le cellule, come il suono aiuti le piante a crescere, come la musica possa camuffare le voci schizofreniche, come le canzoni favoriscano l'apprendimento linguistico e rendano l'ambiente lavorativo più confortevole. Campbell non è uno psicologo né uno scienziato, ma un musicista e in questo risiede contemporaneamente il punto di forza e di debolezza del suo saggio. Il punto di forza è dato dall'estrema scorrevolezza del volume, dal linguaggio semplice, dal suo preferire esempi e testimonianze ad un'astratta analisi teorica dell'argomento, dalla sua grande preparazione musicale, dall'enorme passione che trasuda da ogni parola e dalla sua fede incrollabile nella musica. Il tallone d'Achille è dato da una certa superficialità nell'esposizione teorica, dal citare ricerche che motivano le sue tesi senza indicare riferimenti che consentano al lettore un approfondimento, dall'assenza di dati statistici e dalla totale mancanza di una bibliografia che, per persone che hanno avuto accesso a numerosi saggi, può rendere la lettura un po' meno convincente, perché non estesamente supportata da solidi riferimenti scientifici. La sua stessa incrollabile fede, che lo porta a parlare con scienziati e santoni, straripa più volte nel misticismo, che depotenzia, in parte, il potente messaggio e sgretola la solidità della trattazione. Non basta infatti credere per rendere vero qualcosa. Anche se è vero. Ciò nonostante, l'Effetto Mozart è sicuramente ottimo per chi si approccia all'argomento per la prima volta poiché, grazie al suo taglio leggero e divulgativo, sarà in grado di stimolare la curiosità, ingolosire i palati e spingere il lettore a cercare testi più solidi ed impegnativi. L'effetto Mozart è quindi un libro propedeutico, che pecca talvolta di eccessiva leggerezza e di un entusiasmo che sfocia nella fede religiosa, ma capace di aprire domande, di spalancare le porte del mondo musicale come terapia del profondo, di affinare l'udito, di ascoltare (e ascoltarsi) più a fondo.

Duille

 
domenica 3 settembre 2017

Telefilm addicted #15: Anne with an E, a kindred spirit

Il mio rapporto con Anna dai capelli rossi è sempre stato ostile. Nel mio immaginario, questo personaggio melodrammatico e testardo, così come veniva presentato nel famosissimo anime che ha tediato la mia infanzia, si contrapponeva, in una epica battaglia, con la mia beniamina di sempre, Heidi, uscendone inevitabilmente sconfitta. Approcciarmi alla serie della CBC canadese, distribuita internazionalmente da Netflix, è quindi stato possibile solo grazie al mio grande amore per le serie tv e per i racconti ad alto tasso di natura. Il risultato è stato l'estasi.
Anne with an E infatti è un fiore di campo. E' armoniosa e colorata, semplice nelle linee, spettinata, chiara in ogni petalo, forte e pronta ad affrontare ogni colpo di vento con tenacia. Anne è come il paesaggio che la circonda: viva al punto da togliere il fiato, intensa, selvatica, determinata, inspezzabile. Non perfetta, certo: è romantica al punto da cadere spesso nel melodramma, emotivissima, orgogliosa e testarda. Reale, e per questo impossibile da non amare. Il taglio dato alla serie è sicuramente più curato rispetto a quello dell'anime tratto dal romanzo di Lucy Maud Montgomery e a tratti è quasi Dickensiano: non teme di mostrarci la cruda realtà dell'infanzia dei primi del '900, fatta di adultizzazioni precoci, ruvidezza, sfruttamento e, in generale, di poco amore. Anne, come Oliver Twist e come David Copperfield, arriva ad Avonlea danneggiata da un passato di solitudine e ripetuti abbandoni, in cui l'unica vera compagna di vita è stata la sua prodigiosa immaginazione, amplificata a tal punto da divenire una seconda protagonista, un doppio eroico della ragazzina, che la salva quando nessun altro sembra in grado di farlo. Anne però non è un'eroina manzoniana abbandonata dalla Provvidenza, ma una figlia del suo tempo, paragonabile a molti degli abitanti della cittadina di adozione, a partire da Marilla e Matthew Cuthbert, i suoi nuovi genitori, che hanno dovuto rinunciare a tutto in nome della famiglia. Questa scelta annulla il rischio di patetismo a cui invece si scadeva spesso con l'anime, e rende tutto più realistico, quasi verista, dando autenticità al dramma, che non è il dramma di una singola anima sfortunata, ma il dramma di un secolo. Raccontando le storie dei diversi personaggi, ricorrendo anche ad ingegnosi flashbacks, diventa possibile per lo spettatore comprendere le numerose sfumature che, come un tappeto tessuto a mano, li intrecciano e li formano, e di capirne così scelte, comportamenti, spigolosità e difetti. Anne with an E è quindi anche una falda di tristezza sotterranea che scivola, nascosta al di sotto della vista, sotto i prati di tarassaco, ma di cui si può avvertire il gorgoglio e che, talvolta, prorompe con spruzzi impetuosi in superficie, bagnando i volti di lacrime, proiettando in un passato indimenticabile e forgiante come un colpo di martello sul ferro rovente.
Eppure, questa drammaticità acquea viene continuamente e fieramente combattuta da una praticità campestre che scaccia facili autocommiserazioni, e dallo spumeggiante entusiasmo e positività di Anne. L'alone di luce e allegria che permea tutte le 7 puntate della stagione la rende una nuvola di leggerezza, un ruscello di freschezza ed è magnificamente esaltata dalle colonne sonore agresti ed incalzanti, dalla fotografia coloratissima e dalla costante presenza del respiro della natura, negli interni delle case piene di mele e fiori, fino ai paesaggi mozzafiato dell'isola di Prince Edward e dell'Ontario Canadese, su cui la macchina da presa indugia ammirata, e che ricordano ad Anne (e a noi) che anche un ciliegio in fiore è un buon motivo per essere felici. Le atmosfere campestri sono quindi ottimo compendio ad una storia dalle tinte accese seppur semplici, che mostra le difficoltà quotidiane di un tempo che non è più, almeno per alcuni di noi, e di vite che rifiutano di rinunciare a se stesse, al proprio racconto ancora in divenire e ricco di promesse. Anne with an E è l'esaltazione della vita, è l'esposizione orgogliosa del proprio essere, con i suoi drammi, le cicatrici, le stranezze di ciascuno di noi. Non indora la pillola e ricorda che l'autenticità ha sempre il suo prezzo, un prezzo che Anne pagherà spesso con l'emarginazione, il pregiudizio, l'aperta ostilità, ma che non la porterà mai ad annullarsi, preferendo piuttosto la solitudine e la fuga nei boschi, ma trovando poi, immancabilmente, un'anima affine, a kindred spirit, che l'amerà e la rispetterà esattamente per ciò che è. E' in questo modo che la piccola Anne diventa portavoce di una speranza identitaria e di un femminismo gentile ma granitico, che fa dell'esempio la sua dottrina, fin dalla prima puntata. Anne non vuole essere ridotta in categorie limitanti, non rinuncia al suo femminile ma rifiuta i vincoli sociali associati al suo genere. Sogna quindi abiti con maniche a sbuffo, tè da signora, principesse e spose bianco vestite, ma parla chiaro, s'intestardisce, è impulsiva e idealista, coltiva la sua mente come a suo tempo fece Jane Eyre, ama impetuosamente e si fa rispettare, rifiutando tenacemente di essere salvata dal maschio di turno. Sostenuta da una cerchia di personaggi ruvidi, impacciati, teneramente supportivi, compresa la vicina di casa Rachel e il giovane Jerry, ed equipaggiata con tutto il coraggio di cui è capace, Anne (con una e), si prepara a conquistare il mondo ed i cuori di chi incontrerà nel suo cammino.

Duille 


domenica 27 agosto 2017

Meccanismi difensivi

Una delle cose più difficili da gestire in quanto ansiosa sociale, sono i meccanismi difensivi. Un mondo nel mondo, vasto quanto la realtà di Super Mario Bros, passaggi segreti e livelli bonus inclusi. I meccanismi difensivi non sono l'ennesimo sintomo dell'ansia sociale, ma un funzionamento tipico dell'essere umano, quindi non sorprendetevi se anche voi, normopersone, vi ritrovate nella categoria.
I meccanismi difensivi sono tutti quei comportamenti, reali o mentali, che ci permettono di evitare situazioni che ci provocano angoscia per svariati motivi e che, secondo babbo Freud, servivano a mascherare pulsioni inesprimibili. L'idealizzazione nelle prime fasi dell'innamoramento è un esempio di meccanismo difensivo. Quella che ci permette di vedere il nostro innamorato come un Einstein nel corpo di Johnny Depp (dei tempi d'oro, s'intende) e col cuore di Gandhi, quando invece gli altri vedono una versione meno verde di Shrek. Facciamo un altro esempio, questa volta cinematografico: avete presente il comportamento scorbutico e sfuggente di Mark nei confronti di Juliette in Love Actually? Un altro meccanismo difensivo, questa volta messo in atto in modo cosciente per proteggersi dal dolore. Il problema quindi non è l'uso del meccanismo difensivo, ma il modo in cui viene applicato e il contesto in cui si attiva. Facciamo un altro esempio cinematografico: in The Holiday (mi rifiuto di chiamarlo con il suo nome italiano - l'amore non va in vacanza -) Cameron Diaz non riesce a piangere. Non versa neanche una lacrima. Asciutta come il letto di un fiume cambogiano. Quello è un meccanismo difensivo sfuggito al controllo. Ed ora, vediamo un esempio nella realtà: i meccanismi difensivi dell'ansia sociale. Noi ansiosi, come ho detto fino alla nausea, viviamo in uno stato di continua tensione, come se fossimo bloccati nella Genova del G8 del 2001 in piena carica della polizia. Quindi i nostri meccanismi difensivi sono sempre attivi, come tante lucette di Natale impazzite, sempre pronte a scattare per salvarci la pelle. Sono una personalità alternativa che ogni tanto prende il controllo ma di cui siamo sempre coscienti. Semplicemente, quando lei prende il timone, possiamo solo fare resistenza passiva e sfruttare tutte le tecniche yoga che conosciamo o che ci siamo inventati. Uno di questi meccanismi difensivi è quello che io chiamo il "non ti vedo, quindi non esisti". Un meccanismo semplice come una puzzetta e altrettanto imbarazzante. Un meccanismo che, per anni, ho condiviso col mio cane, tra l'altro. Si tratta di fingere in modo ostinato, determinato e deciso di non vedere la persona che ci sta di fronte. Se non la vedo, non esiste. 
E' un comportamento dettato dal panico, naturalmente, che però conserva un minimo di strategia. Fondamentalmente, la cosa procede in questo modo: sto camminando verso il mio destino, libera e felice come solo una farfalla nevrotica può essere, quando il mio campo visivo percepisce una perturbazione nella Forza: un viso familiare si staglia all'orizzonte. Adesso, la mia reazione a questo punto potrà prendere sfumature leggermente diverse a seconda delle due variabili di riferimento, ovvero:
1- la capacità del mio cervello di associare alla faccia un nome e, se sua magnificenza la Corteccia Cerebrale vuole, anche un ricordo identificativo. 
2- il grado di familiarità che ho con quella persona. Tenete conto che questa categoria è un po' restrittiva perché, a meno che tra me e l'altra persona non ci sia stato un legame di sangue in una vita precedente, difficilmente sarò serena nell'incontrarla. 
Ciò che invece non cambia è il pugno nello stomaco che immancabilmente mi fa esalare tutta la mia anima in un unico rantolo sommesso, congiunta ad una mossa da karateka che mi stritola il cuore. Rocky Balboa che incontra Ken Shiro. In una parola, l'ansia, che nella mia mente ha sempre le fattezze di Xena quando pratica la digitopressione sui suoi nemici. "Tra pochi secondi il tuo cervello non avrà più sangue e tu morirai tra atroci sofferenze". Capite bene che quando una Xena incavolata si mette di mezzo con parole così dolci non è che ce la si possa prendere troppo comoda, quindi di solito il mio organismo da' forfait e affida tutte le pratiche ai meccanismi di difesa, che sono un po' i corpi speciali dell'ansia sociale. La situazione a questo punto prende una piega da film catastrofico di quarta categoria, tipo meteorite che si sta per schiantare sulla terra ed in cui solo lo scienziato troppo nerd anche per i nerd e con i fondi di bottiglia agli occhi, potrà evitare. La cosa si evolve all'incirca in questo modo: 

-Capitano, meteorumano a 100 metri-.
-Voglio uno screening completo del campo di battaglia.-
- Strada diritta, edifici antichi, ampia massa di persone, capitano. - 
-Meteorumano a 50 metri- 
- Selezione delle possibili vie di fuga, adesso!-
- tre negozi accessibili, due strade laterali, una a cinque metri sulla sinistra.-
-30 metri-
-Caporale, proceda al vaglio del margine di manovra per effettuare una fuga senza apparire sospetti.-
-20 metri.-
Intervento della paranoia e abbandono del piano di fuga ("ABORT! Ma cosa credi, che quello non se ne accorga se di colpo te la fili in una stradina sfigata?")
-10 metri!-
-Cazzo, di già? Via al piano di emergenza!-
-Ancora?-
- Zitto, mozzo! Torna a pulire i cessi con lo spazzolino da denti! Ho detto PIANO DI EMERGENZA!-
- 5 metri!-   
- Artificieri, preparate le mani alla manovra difensiva. Programma "mezzogiorno di fuoco".-
- Clint Eastwood o Terence Hill?- 
- Ma chissenefrega! Basta che siano pronte! -
- Capitano, collisione tra 4, 3, 2, 1....-
E niente, a questo punto succede che mi esibisco in un doppio tuffo carpiato nella borsa, fingendo di trovare chissà quale reliquia (abilità acquisita ai tempi della scuola, quando usavo lo stesso trucchetto per evitare le interrogazioni) oppure mi ritrovo a guardare altrove, improvvisamente rapita da quella lesena di chiara ispirazione corinzia nell'angolo più remoto di una casa di passaggio che proprio non avevo notato fino a quel momento. Oppure, certo, c'è sempre la vecchia tecnica del cellulare, su cui digito con la stessa convinzione di Martin Luther King durante la stesura di "I have a Dream". Anche se, nel mio caso, sarebbe più corretto dire "I have a fear". (Nota bene: questa è una tecnica che uso anche per evitare i venditori ambulanti). 
Lo so, sarebbe molto più semplice stiracchiare un ammuffito sorriso di circostanza e dire due parole al meteorumano che mi ha mandata in crisi, ma il problema è che un ansioso sociale ha bisogno di preparazione per parlare con le persone, mica può improvvisare. Noi non abbiamo un repertorio di chiacchiere da salotto a cui attingere, dobbiamo fare una meticolosa preparazione e l'effetto sorpresa non ce lo permette. Perciò, cari normoumani, se per caso ci vedete fuggire come lepri zoppe davanti a voi, non pensate che siamo degli snob con manie di grandezza. Non c'è niente di personale, davvero: siamo solo totalmente, irrimediabilmente persone sull'orlo di una crisi di ansia sociale. 

Duille

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