domenica 19 novembre 2017

Etnologia dell'esame di Stato

Sveglia alle 6.30 del mattino, dopo 7 ore di sonno tormentato come se avessi dormito su un letto di chiodi, colazione ingollata con la stessa grazia dello struzzo di Fantasia, macchinosa vestizione con il solo scopo di non uscire in pigiama, capello tormentato e sguardo opaco da bacio del Dissennatore: questa era la mia condizione nel momento in cui stavo per sostenere le prime due prove dell'esame di stato.
Un esame faticoso, ansiogeno, talmente vasto da poter essere paragonato ad uno studio dettagliato del Silmarillon tolkieniano o, peggio, dell'intera storia delle casate del Trono di Spade, un esame che prometteva spargimento di lacrime e pezzaggio di ascelle come se piovesse, oltre a farci ondeggiare tutti sull'orlo della proverbiale crisi di nervi. Sarebbe bastato uno sguardo fuori dalle orbite più ostentato, una bocca più inarcata verso il basso, un più accentuato movimento nervoso della mano, a farci crollare tutti come un castello di carte tenute insieme dallo sputo delle nostre esili aspirazioni. In quella stanza di proporzioni faraoniche in cui mi sono ritrovata, c'era tutta la nervosa fauna psicologica locale, o meglio, metà della nervosa fauna psicologica locale, dato che l'altra metà (wannabes psicologi dalla G alla Z) stava sudando le sue brave sette camicie nella stanza accanto, altrettanto gigantesca, altrettanto satura degli odori tipici della paura del cane braccato. Ed in mezzo a quegli odori, quei capelli nervosi, quelle dita ticchettanti e quelle risate tese che tentavano di rimandare nel fondo della gola il classico groppo d'inquietudine che non aspetta altro che mietere le sue vittime, c'erano le persone che si erano arrischiate a salassare il proprio portafogli e a mettere alla prova i propri nervi con il misterioso Kraken accademico. Naturalmente, il 90% degli esaminandi erano ragazze, che riempivano la sala di onde multicolori di capelli variamente acconciati, come un piccolo stagno bruno screziato dai riflessi dorati di qualche sporadico ciuffo biondo. Ciascuna portava la sua personalità intessuta con orgoglio nei maglioncini neri come le profondità marine della fifa in cui sguazzavamo o nelle colorate fantasie dei cardigan che sembravano voler esorcizzare la paura a colpi di un ostinato ottimismo. Alcune avevano optato per un look professionale, total black, con stringate maschili di vario gusto e lunghe collane argentate, che parevano voler arginare il panico in una corazza di sicurezza professionale fatta di tessuto. Altre, invece, si erano abbandonate alla sregolatezza dell'emozione, scegliendo abiti larghi, stivali di pelo, felpe portafortuna da cui probabilmente non erano uscite da settimane e crocchie disordinate sulla cima della testa che sembravano voler mettere più distanza possibile tra sé e il cuore improvvisatosi batterista metallaro. C'erano poi le vie di mezzo, quelle che cercavano di darsi moderatamente un tono, riuscendoci solo a metà. Qualche dettaglio le tradiva sempre: uno smalto sbeccato, un maglione leggermente appassito, un occhio stanco, una pettinatura anarchica che si ribellava alle imposizioni sociali del razionalismo patriarcale in nome di un'onestà intellettuale e di una coerenza identitaria con il proprio momento di fifonaggine. Ed in mezzo a questo acquario di progesterone, sbucava qua e là una barba, un mimetico maglione a tinta unita, una mano mascolina, come una manciata di pesci che nuotavano in questa vasca di molecole d'acqua. Diversa composizione chimica, stessa paura dilagante. 
stranger things
Una paura che portava a gesti irrazionali e ad una preparazione più simile a quella del soldato in trincea che non dello studente sotto esame, un equipaggiamento a cui mi sono trovata onestamente impreparata: ovunque infatti si vedevano sacche di provviste, pile di dolci, geografie di merendine di tutti i livelli di salinità sparsi sui minuscoli tavoli, stecche di cioccolato grandi quanto cuccioli di dalmata, marche di delizie incastrate nei portaombrelli come in una calca statunitense da Black Friday, addirittura cibarie organizzate per tipologia di umore, e persone che, buttando alle ortiche l'ultimo brandello di decoro, facevano emergere, dalle profondità delle proprie borse, sacchetti della spesa gialli così stracarichi di leccornie da far impallidire la Befana. E di certo, facevano impallidire il mio mesto panino imballato nel più misero alluminio da gita scolastica. Accanto a quello stipendio mensile in formato zuccherino, che da solo aveva probabilmente fatto alzare il PIL di un buon punto percentuale, c'erano torri di bottiglie, un intero lago diluito in 200 contenitori di capienza variabile, praticamente una popolazione nella popolazione, strumenti fondamentali per evitare una disidratazione a cui il nostro corpo aspirava con tutte le sue forze, e sostenuto dalla complicità di un impianto accademico che aveva fatto dell'attesa una forma d'arte. Se infatti l'esame prevedeva una prova della durata di 7 ore, si doveva considerare un'attesa extra di 1 ora e mezza, gravida di perdita di liquidi da sudorazione fredda, secchezza delle fauci come se fossimo in un deserto tropicale, e inevitabile appuntamento di massa al bagno, come suggerito dal miglior stereotipo della femminilità. Durante l'esame poi, la situazione vescicale ha assunto dimensioni da intervento delle ONG, scalzando anche la condizione delle popolazioni centro africane.
Dato che vi erano solo due bagni e una media di 190 fanciulle dalla vescica delle dimensioni di un francobollo, resa ancora più suscettibile a causa della idratazione forzata, del freddo novembrino e dell'ansia da esame, ben presto si sono create liste d'attesa da profugo, con una media di 50 povere disperate ad un passo dallo svuotamento coatto, cosa che mi ha fatto drasticamente rivalutare l'insofferenza provata per anni davanti ai 30 clienti in attesa alle poste e che mi ha fatto capire definitivamente come nessuna pop star riuscirà mai a superare l'affezione letteralmente viscerale che lega la donna al gabinetto. In definitiva questo esame è stato più una prova di resistenza che un vero e proprio test delle nostre competenze intellettuali: l'obiettivo sembrava quello di metterci di fronte ad un test circondato da un alone di mitica impossibilità, portarci allo stremo delle nostre capacità psicofisiche e valutare quanti di noi avrebbero gettato la spugna in preda ad un interiore microsisma panico, simile ad un'esondazione del Vajont. In questa condizione da survival horror universitario, gli insegnamenti delle tonnellate di fantasy letti dai tempi della gioventù hanno fatto la differenza: immedesimandomi in Frodo Baggins, lottando contro la mia natura come Ron Weasley, assumendo la testardaggine di Brienne da Tarth e la disperata determinazione di Bob Newby di fronte allo zoo di Demidogs, ho tirato un calcio alla paura e all'inevitabile attacco di strizza da inizio prova, in nome del fuoco del guerriero di chi mi aveva preceduta, onorando i loro sacrifici e decidendo che, non importa come, ma sarei arrivata in fondo a questa prova. Nessuno Smaug di carta mi avrebbe fatta cadere, nessuna vocina alla Kilgrave mi avrebbe fatta vacillare, nessun asmatico Darth Vader mi avrebbe fatta passare al lato oscuro della forza. Io sono Duille di Ansialand, ho visto di peggio che una manciata di parole su un foglio protocollo timbrato!  Determinazione, disperazione, una buona dose di adrenalina 100% home made e il lamento dell'io infantile che vuole tornare a casa: questi sono gli unici, veri ingredienti dell'improbabile guerriero, quello scelto per caso, o per destino, come direbbero alcuni. Non assicurerà la vittoria, ma almeno renderà degni di una elogiante terzina nelle grandi canzoni medievali cantate dai bardi della propria memoria. Che è un modo epico per dire che potremo parlare della nostra esperienza senza vergognarcene troppo. Ed è già più che qualcosa perché gli esami vanno e vengono, ma l'autostima, con quella dovremo farci i conti per sempre.

Duille





lunedì 6 novembre 2017

Indubbiamente dubbio

Il dubbio viene definito dal vocabolario come un aggettivo o un nome indicante incertezza, insicurezza, qualcosa che non è possibile determinare o definire con precisione. Per un ansioso sociale, il dubbio invece è una costanza imprevedibile, uno pterodattilo volante che cala tra capo e collo in un momento imprecisato, lasciando in uno stato di allerta costante, ma del cui arrivo si è così certi che ci si metterebbe la mano sul fuoco, perché il dubbio arriva sempre, come il cinepanettone sotto Natale.
Noi ansiosi infatti siamo persone dubbiose per natura, l'incertezza ci scorre  nelle vene come ad un americano scorre la Coca Cola nelle arterie, e di solito il dubbio si associa alla colpa, alla paura e ad una interminabile sessione di litigi interiori che lascia provati come dopo una partita a beach volley tra le sabbie mobili. Noi ansiosi siamo sempre pronti a metterci in discussione e a fare di ogni più piccolo gesto una questione di stato, tutto allo scopo di sentirci un po' più inetti e rifiutati dalla società. Si sa, la vita va avanti a colpi di inadeguatezza e Nutella. E dato che la metafora dello pterodattilo è di per sé fallace, da quando i paleontologi hanno ammazzato a colpi di scienza i loro sogni di volo e, con loro, le mie similitudini, non resta che trovare una metafora a prova di bomba (e di lettori pignoli), verificata personalmente e quindi intoccabile per definizione. Immaginate quindi il dubbio come un banco di nebbia, che vi piomba addosso mentre state tornando a casa, magari saltellando felici con le trecce al vento e il cesto di vimini che dondola soddisfatto. Un brividino lungo la schiena, un senso di umidità che vi arriccia anche i peli del naso e di colpo il BIANCO. Non so quale angolo abbiamo svoltato, ma ci siamo ritrovati in un tubetto di Vinavil. Ed ora, uscirne sarà una bella impresa perché, fidatevi, camminare dritto davanti a sé non sarà semplice. Il bianco infatti è il momento dell'autoflagellazione, del rimuginio selvaggio, dell'autoaccusa e dell'inevitabile autocondanna. Le cause del dubbio sono diverse e ciascuno ha la sua: chi è affetto da dubbio amletico, chi non ricorda di aver chiuso il gas, chi è indeciso se il dolorino provato sia un attacco di appendicite o un caso acuto di ipocondria, chi si domanda quale strada seguire per evitare l'attacco di panico e chi è in dubbio se mangiare quell'ultima fetta di torta che lo guarda solitaria nel piatto chiedendo solo di raggiungere le sorelle nel grande cerchio della digestione. E poi ci siamo noi. Coloro che temono di aver detto la cosa sbagliata, di non essere stati sufficientemente brillanti o di aver ostentato sapienze risultando presuntuosi, di essere stati poco o troppo gentili, di aver fatto la figura degli stupidi, di essere stati scortesi perché si era a disagio, di aver cicalato troppo o di aver avuto un atteggiamento da gufo, di aver riso in modo troppo sguaiato o, al contrario, di non aver beccato affatto i tempi comici. Insomma, di essere stati inadeguati, scortesi o di essersi ridicolizzati.
E' chiaro perciò che, quando cala il dubbio sulla nostra esistenza, con lei arriva la Santa Inquisizione, pronta a strizzarci i capezzoli e a tirarci lingua e pollici solo per farci confessare le nostre malefatte e mandarci quindi alla gogna accusati di aver mancato l'appuntamento con la selezione naturale (che ci avrebbe immancabilmente scartato). Quando siamo nel bianco, tutti i contorni sbiadiscono in una nuvola di preoccupazione da cui non riusciamo più ad uscire, il dubbio ci entra negli occhi e ci fa gelare il sangue alla domanda "quando avrò sbagliato?". La realtà scompare, sostituita da una psichica marea lattea su cui scorrono i capi d'accusa come i titoli di coda di un brutto film di Federico Moccia. Allora, armati di febbricitante angoscia, rispolveriamo i ricordi e li analizziamo minuto per minuto, alla ricerca di segnali del nostro terribile errore, dell'onta suprema, della macchia indelebile a qualsiasi intervento di candeggina, della causa della nostra rovina definitiva. Come restauratori esperti, facciamo il carbonio 14 alle conversazioni, misuriamo i tempi di risposta, contiamo sull'abaco mentale le interazioni successive al momento dell'enunciato incriminato, facciamo analisi comparate con eventi precedenti, insomma, scandagliamo ogni fiato espirato (da noi, dagli altri, persino dal cane che russava sul tappeto) come cercatori d'oro sui fiumi del Colorado. Naturalmente si tratta di un lavoro inutile dato che, come ci insegna la psicologia, vediamo solo ciò che può confermare le nostre aspettative. E cosa pensate che possa vedere una testa piena di nebbia come se fosse in un vagone fumatori all'epoca del Grande Gatsby? Dolore, sangue e lacrime, naturalmente. E una confessione già scritta e pronta da firmare. Siamo colpevoli, questo è certo. Bisogna solo capire di cosa. Questo è il tratto distintivo del dubbio dell'ansioso sociale: il nostro dubbio è un'incertezza acida come il latte andato a male, è l'insicurezza che, mentre accusa, affila già la mannaia e prepara il nodo scorsoio al cappio. Il dubbio dell'ansioso sociale è già certezza di morte, anche se cerchiamo ancora di combatterla a colpi di razionalità e di logica, con la stessa perseveranza con cui Bunny si ostinava a cucinare per Marzio.
E nel frattempo, mentre la nostra indagine alla "Chi ha incastrato Roger Rabbit" cambia colore ad una bella giornata come se fosse stata toccata da Tristezza, il presente ci sfugge dalle dita, lasciandoci immobili come conigli davanti all'occhio di bue del fanale di un'automobile. Ci perdiamo in noi stessi e, così facendo, ci perdiamo anche il resto. In definitiva quindi il dubbio si rivela più il Nulla della Storia Infinita che una innocua nebbiolina. Ci risucchia, e con noi il nostro tempo, in una realtà di elucubrazioni mentali, di avvitamenti in noi stessi, di attorcigliamenti che ci tolgono le forze, fino a quando siamo intrappolati in una rete di pensieri catastrofisti a cui si associano nuove colpe, nuovi dubbi, nuove incertezze, perché scavare nei ricordi non è mai un'attività priva di pericoli, anzi. Infatti, anche se per miracolo ci ritrovassimo ad avere come avvocato Matt Murdock e quindi riuscissimo a sfangarla, nel rivangare il passato comparirà sicuramente qualcosa per cui siamo colpevoli. Magari abbiamo dimenticato di offrire da bere a qualcuno. O forse abbiamo risposto in modo poco esaustivo. O, peggio, abbiamo usato un tono di voce passibile di fraintendimenti. Quell'incremento di un'ottava alla fine della frase risulta gravida di sospetti, in effetti.  Ma quindi non c'è speranza per noi, poveri sventurati frequentatori di Pianure nebbiose? In realtà, una soluzione c'è: smetterla di venire a patti con la Santa Inquisizione dentro di noi. Tanto perderemo sempre e comunque, quindi l'unica possibilità è cercare la via d'uscita da questo personale Sottosopra in cui ci siamo cacciati. Come ci insegna Stranger Things, è inutile tentare di parlare con il Demogorgone, quello vuole solo papparci con un contorno di patatine novelle. Allora l'unica possibilità è offrire un cordiale gesto dell'ombrello a tutta questa gogna mediatica in cui ci piace annegarci e proseguire dritto per la propria strada. In fondo, finché non c'è condanna, rimarrà sempre il beneficio del dubbio. 
Duille



lunedì 30 ottobre 2017

Vita da sessione d'esame

Ci sono dei momenti periodici nella vita di ogni studente universitario in cui devi scollarti dal mondo e dalla società civile ed iniziare una personale battaglia epica per l'istruzione: il periodo degli esami.
Partiti come giornate di preparazione all'esame, diventano presto una lotta per la sopravvivenza paragonabile solo ai tentativi di Tom Hanks di rimanere in vita in Cast Away. Sommersi da libri, schemi improvvisati, tazzine da caffè impilate da giorni a formare una domestica torre di Pisa, con l'alienazione negli occhi da isolamento forzato e con un cimitero di post-it sparsi ovunque, comprese le mutande, diventiamo così dediti alla causa da finire in un buco nero dissociativo da carcerato medievale a cui tutto il nostro corpo si adegua. 
Il nostro unico obiettivo è arrivare preparati all'esame, strappare il fatidico 18 (o più) e poi bruciare i libri in un falò notturno da streghe di Salem seguaci del Demone dell'ignoranza. Ma come capire se si è finiti in questa quest da signore degli anelli in viaggio verso il Monte Fato accademico? Generalmente, sei uno studente sotto esame: 
- quando una mattina ti guardi allo specchio e ti rendi conto di aver smesso di lavarti da almeno una settimana
- quando ti chiedi dove sia finita, quella settimana. 
- quando sviluppi un rapporto di ambivalenza con il giorno dell'esame: lo aspetti con la stessa fede con cui gli ebrei aspettano il messia e, allo stesso tempo, lo temi con lo stesso terrore con cui Maria Antonietta camminava verso la ghigliottina.
- quando tutta la tua vita improvvisamente si concentra intorno a quella data, quel numero magico che funge da spartiacque per tutta la tua esistenza: c'è un prima, fatto di sofferenza, di occhiaie in cui ci si potrebbe portare comodamente un cucciolo di canguro e di gobbe da studio che farebbero invidia a Quasimodo (quello di Hugo, non il poeta), e un dopo, fatto di corse nei prati, fiori intrecciati tra i capelli (anche se è inverno) e vivacità da dugongo felice. 
- quando ti si crea una visione schizofrenica del tempo: ne sei ossessionato, lo centellini, lo organizzi al millimetro, lo dividi in fette sempre più sottili, come Jack con il fagiolo con cui doveva nutrire l'intera famiglia (e con lo stesso grado di disperazione) mentre quello si ostina a sfuggirti dalle dita al punto che, in un colpo di starnuto, si è passati dalle 9 del mattino alle 11 di sera. E, in alternanza a questa fuga delle lancette, vivi momenti di sospensione del tempo, in cui le ore si dilatano in un infinito loop di dolore esistenziale in cui sviluppi la strana sensazione dickensiana di non aver mai fatto altro che studiare, non ricordi come era la tua vita prima di quelle settimane infernali e ti convinci che passerai il resto della tua misera esistenza chino sui libri. Oliver Twist in confronto era un ragazzino che trovava quadrifogli anche nel pudding! E, nel soffrire così teatralmente la tua condizione, ti domandi se magari non ti sia trovato a studiare nell'abitacolo molto grande di una Delorean impazzita. 
- quando le pagine sembrano attuare dei processi mitotici notturni, così che, al mattino, sono sempre più di quante ce n'erano la sera.
- quando non ricordi nulla di quanto studi e, ad un certo punto, fatichi a ricordare anche il nome del cestino di fronte a te. 
- quando la stanza esplode, tappezzandosi di libri, e tu perdi tempo in fantasie catastrofiste in cui i libri sono stati dotati di un microchip militare e vogliono assassinarti come i Commando Elite volevano accoppare i Gorgonauti
- quando ti rendi conto che gli eremiti sulle montagne dello Yemen, gli scaldabagni e persino lo scolapasta che non usi mai hanno una vita sociale più ricca della tua.
- quando fare la spesa, pagare le bollette in posta, andare dal dentista, buttare l'olio scaduto alla piattaforma ecologica assumono un fascino del tutto nuovo.
- quando sviluppi interessi da malato dell'igiene e ti convinci che pulire le fughe delle mattonelle del bagno con uno spazzolino e un cotton-fiocs sia di vitale importanza per le sorti dell'umanità.
- quando i muri bianchi e i granelli di polvere nell'aria ti inducono atti contemplativi degni di un filosofo, regalandoti intere mezzore di sguardi fissi nel vuoto e bavetta alla bocca, da cui ti risvegli con un rantolo di orrore alla Smeagol dopo la perdita dell'anello.
- quando, ovunque ti giri, vedi riferimenti alla materia che stai studiando, e non puoi fare a meno di parlarne.
- quando non solo la risposta alla domanda fondamentale non è 42, ma per ogni domanda esistono almeno 20 possibili risposte, nessuna delle quali è quella che hai scelto tu.    
- quando il tuo cervello prende alla lettera gli studi sugli stati della materia e si cimenta in complicate trasformazioni dallo stato solido allo stato liquido, sbatacchiando come un luccio contro le pareti craniche, e poi allo stato gassoso, riempiendoti la testa di una nebbia amnesica alla Silent Hill, per poi tornare dolorosamente allo stato solido, nella forma di un macigno pesante quanto un elefante indiano ricoperto di calcestruzzo e dando un senso tutto nuovo alla frase "il peso del sapere". 
- quando ti perdi in ripetute crisi esistenziali in cui ti domandi perché tu abbia volontariamente deciso di continuare a studiare, quando tu sia diventato così tanto masochista e chiedendoti perché nessuno abbia mai provato a dissuaderti con uno di quegli affascinanti interventi all'americana. E una volta capito che la colpa è solo dei tuoi genitori (perché è sempre colpa dei genitori), spendere i successivi quindici minuti odiandoli come solo un figlio sotto esame sa fare. 
- quando, riguardando la prima stagione di Stranger Things, sei più interessato al metodo di studio di Nancy che alle sorti di Will Bryce.
Se leggendo questa lista parziale ti ci sei ritrovato, allora complimenti, sei in piena crisi da sessione da esame! Hai la mia comprensione, il mio sostegno e i miei bigini, se mai ne avessi bisogno. La cosa positiva è che, grazie al cielo, se ne esce, si sopravvive, ma a patto di seguire l'unico consiglio utile in questi casi: bricco di caffè in una mano e un Millennium Falcor di cioccolata nell'altra. La ciccia in eccesso la bruceremo ballando tutta la notte intorno al falò dei libri scolastici.  
Duille

lunedì 23 ottobre 2017

Capitolo 22: Anna dai capelli rossi

Ci sono libri che profumano di legno di pino, che frusciano come le cime degli alberi al tocco dell'aria primaverile e che scaldano come il fuoco di una candela invernale. Sono libri che ti fanno sentire a casa, che ti risvegliano dolcemente, come una coccola, come le fusa del tuo gatto che ti guarda innamorato dall'angolo del cuscino.
Sono libri che ti fanno respirare bene e che ti regalano luoghi che non sapevi di aver già inventato, laggiù, nel nucleo piumoso del tuo essere. Ogni tanto ne trovi uno, ti ci imbatti per caso, o per destino forse, e li senti subito confortevoli tra le dita, scorrevoli sotto gli occhi e vividi nella immaginazione, come se li avessi sempre pensati, come se li avessi avuti sempre con te e in te. Ti fanno tirare un respiro di sollievo appena li apri, mentre li sfogli e nel sentire la grana ruvida della carta sotto i polpastrelli. Sono libri che ti regalano qualcosa di cui non sapevi di avere bisogno, ti appartengono tanto quanto tu appartieni a loro. Sono le esperienze per cui vale la pena leggere. Anna dai capelli rossi, di Lucy Maud Montgomery, regala questo sapore di serenità, questo respiro lento, ampio, come una canzone suonata in un vecchio pianoforte in cui puoi sentire le vibrazioni delle corde, sotto il coperchio di legno smaltato. E' un ritorno a casa lungo 431 pagine di cui non ti stanchi mai, ha il calore del Natale in famiglia e la dolcezza di una solitaria passeggiata nel bosco. E' un attimo di tregua, un momento di semplicità e di ordine, è il ritorno al tempo degli alberi, degli uccelli e dei laghi scintillanti. Ma è anche un reincontro con una parte di sé spensierata e leggera, spesso soffocata da esigenze di velocità, dalle ansie, gli impegni, dai bicchieri d'acqua visti con una lente di ingrandimento. E' un anelito di vitalità. La Montgomery riesce in questo intento grazie al suo enorme talento letterario e allo strabordante amore con cui scrive, ma soprattutto grazie al tenero tocco materno che dedica ad ogni suo personaggio e all'incredibile minuzia di dettagli che popolano le sue descrizioni paesaggistiche, di cui non ci si riesce mai a stancare. La natura è infatti protagonista assoluta del romanzo, rigogliosa, poetica e descritta dall'autrice con occhio attento ed esperto, puntualissima nel ricreare fedelmente quella tavolozza di colori che è l'isola di Prince Edward e nel dare al lettore l'impressione di essere completamente avvolti da questa flora lussureggiante e benevola. Ciliegi, ruscelli, aceri rossi e fiori dai meravigliosi nomi botanici esaltano il rigoglio naturale di Avonlea, il paesino in cui approda la piccola Anna, creando scenari fiabeschi morbidissimi, in cui ci si vorrebbe perdere. La natura conferisce quindi al testo i suoi toni sognanti ma ne scandisce anche i ritmi e i tempi. E' il susseguirsi delle stagioni, infatti, l'unico indicatore temporale in cui collocare le vicende, narrate in forma episodica, nei 5 anni coperti dal romanzo.
E' la natura che da' il ritmo alla vita, che colora l'esistenza dei suoi abitanti, che dà vivacità, proprio come i capelli rossi di Anna, adottiva figlia silvestre di questa terra canadese. All'interno di questa cornice viva ma delicata, si muovono personaggi tratteggiati con pennellate sicure, costruiti su un tratto dominante intorno a cui si cristallizzano altre caratteristiche, come le macchie di colore sulle ali di una farfalla. Queste linee sicure li rendono prevedibili, chiari, ma mai piatti o noiosi, piuttosto rassicuranti, come vecchie conoscenze che non cambiano nonostante il tempo che passa. Come tornare a casa e vedere che, in fondo, è rimasto tutto uguale. Sono tutti immancabilmente imperfetti, a partire dalla stessa Anna, ma la loro è un'imperfezione che non stona mai, ma si armonizza meravigliosamente in un mondo in cui solo la natura è perfetta. E' l'aver intuito l'importanza dell'imperfezione ad aver permesso alla Montgomery di creare un mondo da sogno senza perdere di realismo, senza renderlo artefatto, proprio come Louisa May Alcott fece con Piccole donne. Il risultato di questo progetto è un romanzo rassicurante, dominato da un profondo senso di familiarità e che regala quella tipica sensazione sulla pelle che si produce quando si torna a casa dopo una lunga giornata. Anna dai capelli rossi fa sorridere, fa piangere, fa guardare i personaggi con quello sguardo materno e comprensivo che si concede solo alle persone più amate, rende indulgenti, rilassa e abbassa ogni difesa. E' un luogo in cui tornare quando ci si sente troppo stanchi, quando ci sono troppi sassi nelle scarpe o semplicemente, quando si ha voglia di una fetta di torta e di un bicchiere di sciroppo di mirtilli, magari all'ombra di un ciliegio in fiore. 
Duille

"Il vetro magico è stupendo, lo ha trovato Diana nel bosco dietro al suo pollaio. Riflette tanti piccoli arcobaleni che non hanno avuto il tempo di crescere." (p.128)







lunedì 9 ottobre 2017

La torta che dimostrò (inutilmente) l'esitenza della gravità

Arriva un momento, nella vita, in cui vieni messo alla prova. Un momento in cui ti si chiede di dimostrare le tue abilità, di imbracciare la spada e combattere in nome della gloria, dell'onore e dell'autoaffermazione. Per me, quel giorno è sempre quello del compleanno di mia madre e la sfida, il mio torneo Tenkaichi, è la preparazione della torta.
Mi preparo tutto l'anno per questo avvenimento importantissimo, mi esercito, mi addestro come un pasticcere di Bake off nelle mani di Gordon Ramsey nelle notti di luna piena, provo costantemente ricette nuove, attingendo al catalogo della sensei Giallo Zafferano, mi documento come il Diderot di Sepulveda, sono persino iscritta al canale Youtube di Rosanna Pansino che, per chi non la conoscesse, fa torte da urlo (in senso buono). Provo ricette di difficoltà crescente, a Natale metto addirittura alla prova la mia resistenza cucinando contemporaneamente due o tre torte e sfornando eserciti di omini biscottini. Negli anni ho imparato a padroneggiare molti degli strumenti più letali: sono abile nell'impugnare la frusta a  mano, sono cintura marrone di cucchiaio di legno, maneggio con disinvoltura le fruste elettriche e ho stipulato un trattato di non belligeranza con il mio forno sgangherato. Tutto per offrire, in occasione del compleanno della mia madre preferita, la torta perfetta, il dolce dei dolci, la Miss Italia dei gateau zuccherini. Quest'anno, reduce da un periodo di torte fortunate e di svariati fallimenti molto frustranti ma estremamente educativi, ho deciso di essere saputa abbastanza da poter fare il salto di qualità e alzare di una tacca l'asticella della difficoltà, creando il mio ideale di torta bella: una morbida, spugnosa torta a due piani decrescenti, farcita di voluttuosa crema pasticcera e spumosa crema diplomatica. Il tutto ricoperto da una cascata di candida, immacolata ghiaccia reale e decorata con perfetti fiocchi di meringa a forma di cupoletta, leggeri come nuvole primaverili. Tutto rigorosamente home made. Le premesse erano promettenti e i pronostici in mio favore: sapevo fare la torta, padroneggiavo l'arte della mescolanza della crema pasticcera (movimenti morbidi ma costanti) ed ero abbastanza pratica nell'alchimia della diplomatica come solo un allievo di Piton poteva essere.  L'unica novità per me era la preparazione delle meringhe e della ghiaccia reale, ma partivo fiduciosa dopo l'insperato successo ottenuto con le meringhe, che non erano assolutamente uscite a cupoletta come prevedevano i miei piani, ma non si erano nemmeno espanse sulla leccarda come le mie cosce quando, in estate, mi siedo su una superficie dura. Insomma, partivo da un discreto successo ed ero pronta a fare la doppietta e regalare alla mia genitrice una torta con i controfiocchi. In fondo, si trattava di assemblare insieme singole cose che sapevo già fare, cosa poteva andare storto? 4 ore dopo, ho capito che, quando si tratta di cucina, entrano in gioco forze di cui sono evidentemente all'oscuro, perché, a quanto pare, due più due non fa quattro e la somma delle parti non fa una torta, ma un terribile mostro di Frankenstein.
La mia torta era quanto di più lontano dal progetto originale si potesse pensare. Non era neanche un fallimento, era qualcosa di più, era il parto di una creatura demoniaca che ci avrebbe divorato tutti, nella sua coltre di zucchero e creme strabordanti, o meglio, era una versione culinaria del disturbo depressivo, con la sua faccia molle da blobfish che mi fissava rassegnata da dentro il frigorifero. Insomma, era brutta, ma di una bruttura che non avevo mai raggiunto, neanche quella volta che tentai di fare il frosting rosa per dei cupcakes e venne fuori una specie di liquame rosa per marmitte. La situazione potrebbe essere riassunta in questi termini: non avevo considerato la legge di gravità. E la mia imperdonabile ignoranza è stata punita con un lungo smottamento a rallentatore, che ho guardato con gli occhi sbarrati dell'inevitabile sciagura e l'espressione dell'urlo di Munch, mai così calzante come questa volta. Ma lasciatemi entrare nei dolorosi dettagli: le creme erano tutte troppo morbide e sbordavano copiosamente fuori dalla loro postazione, mentre le placche di torta ci pattinavano sopra allegramente, forse convinte di essere a Central Park sotto Natale, e costringendomi a continui riposizionamenti all'urlo di "state ferme, cazzo!" (sì, divento colorita quando sono in piena crisi esistenziale). La ghiaccia reale, poi, è stato il mio più grande fallimento: era inspiegabilmente sottile e terribilmente liquida, si solidificava con una lentezza esasperante e rifiutava di ricoprire decentemente la mia torta già fin troppo ballerina. Più io cercavo di piazzarla sulla cima della torta, più lei si andava a concentrare sulla base del piatto, mischiandosi irrimediabilmente con le creme già accumulatesi sulla superficie di ceramica verde e creando una versione edibile di un'esondazione del Seveso. Mancavano giusto qualche tronco d'albero e una macchina sacrificata al dio dei fiumi. Alla fine, la versione base della torta era davvero inguardabile, con un colorito bianco-giallognolo che poteva stare bene solo ad un malato di ittero o ad un portatore di Peste sfuggito dalle pagine dei Promessi Sposi.
Cercare di rimediare coprendo il tutto con le decorazioni non ha fatto che peggiorare la situazione: le meringhette, che dovevano essere il pezzo forte della decorazione, erano dei bottoncini informi che di nuvola non avevano neanche la composizione chimica, ed in più scivolavano inesorabilmente verso il basso, attratte dalla puccia reale che si era ormai creata sul piatto. E dato che, come quando ti si rompono gli elettrodomestici, le pessime idee non vengono mai sole, ho pensato di sostenere il tutto con un'esplosione di colorati confetti al cioccolato, nella speranza di incastrare tutti i pezzi come un tetris e salvare la mia torta dal diventare la prima subitanea serial killer della storia. Come dicevo, è stata una pessima idea, e non solo perché i suddetti confetti si sono rivelati estremamente conformisti, seguendo lo stile di condotta dell'intera torta e soccombendo immediatamente alla forza di gravità senza neanche fingere di lottare, ma anche perché, orrore degli orrori, lo zucchero colorato, al contatto con la semisciolta ghiaccia reale, ha iniziato a sciogliersi, lasciando macchie sbiadite un po' ovunque e uniformandosi anch'esse al colorito malaticcio dell'intera composizione. Nonostante i miei sforzi, le mie imprecazioni, le mie preghiere ed un principio di crisi isterica mal contenuta, la torta si è rivelata quello che voleva essere: lo starnuto di un unicorno con il raffreddore. Inguardabile. E un colpo alla mia autostima che non sarà presto dimenticato. In quei momenti di disperazione, mi sono sentita come Flora, Fauna e Serenella alle prese con la torta di compleanno per Aurora. Solo, senza il loro incrollabile ottimismo.  La verità però non è che sono stata battuta dalla forza di gravità, o che il destino si è scagliato brutale contro la mia creazione, né che gli dei hanno cospirato contro la mia felicità terrena. La verità è molto più semplice: io non so fare belle torte, come non so impiattare una pietanza e non so fare bei biscottini decorati. Per quanto mi prepari, per quanto mi alleni, studi, mi documenti e mi eserciti, per quanto io possa sottopormi ad estenuanti addestramenti militari a colpi di sac-a-poche, nulla mi riuscirà a redimere dalla mia totale, innegabile incapacità di rendere una torta bella. Mi devo rassegnare al fatto che le mie produzioni alimentari siano brutte di una irrimediabile bruttezza, come quella di Sloth dei Goonies. Ma verità porta verità e posso dire che, proprio come Sloth, sotto quegli strati asimmetrici di cioccolatini, creme e glasse malridotte, sotto quell'implacabile esperimento Newtoniano involontario, si celano di solito torte buone. Non ottime, certo, ma più che mangiabili. Posso creare torte che sembrano uscite dall'inferno dei cake designers, possono essere brutte al punto da incrinare gli specchi in cui si riflettono, ma nessuno si è mai rifiutato di prendere la seconda fetta. E anche questa volta, chiudendo gli occhi e superando lo shock iniziale di questa solfatara dolce, il bis è stato garantito! Alla faccia tua, Newton!
Duille

Questa, signori, è la mia torta. Perché non si dica che stavo esagerando...

  
domenica 1 ottobre 2017

L'effetto Cenerentola

Un caleidoscopio è un strumento costruito per affascinare ingannando. Guardandoci dentro, si vedranno forme cangianti e colori vivaci che riverberano alla luce del sole. Ruotandolo si vedono splendide composizioni geometriche che si muovono vivaci e che si espandono all'infinito, verso angoli incatturabili dall'occhio umano.
Ma in realtà si tratta solo di quattro vetri colorati, forse addirittura pezzi di plastica, che ruotano su se stessi in un cilindro ricoperto di specchi. L'ansia sociale è molto simile: a volte ti fa credere cose che non sono vere, ti illude di essere libera, piena di  entusiasmo e possibilità, sconfinata, una specie di Julie Andrews meno intonata e meno aggraziata che scorrazza come un vitellino felice sui monti dell'Austria, quando in realtà sei  ancora saldamente incastrata in quel tubo di cartone specchiato. E i risvegli da questa illusione, di solito, sono abbastanza dolorosi. Convinti di poter finalmente fare grandi cose (o almeno quelle che per noi sono grandi cose), di aver conquistato il traguardo dopo una estenuante corsa campestre durata 600 anni, 40 magliette e svariati litri d'acqua, ecco che lì l'ansia tira fuori il suo tiro mancino, ci strappa prepotentemente il caleidoscopio dalle mani e ci introduce alla brutale realtà della terza guerra mondiale. Niente Julie Andrews, mia cara, e niente campi verdi della terra del Pretzel. Solo l'invasione nazista della tua casa senza neanche un po' di brillantina da Broadway. Io chiamo questa rivelazione l'effetto Cenerentola. E' quel momento in cui suona la mezzanotte, l'incantesimo si spezza e ti ritrovi a cavalcare una cucurbitacea trainata da quattro roditori e con un sacco di iuta come vestito. L'effetto Cenerentola è come il risveglio del sonnambulo: violento, disorientante e con un possibile rigagnolo di bavetta accumulato sul colletto del pigiama buono. Il risultato di questo brusco risveglio è ovviamente simile ad un crash test, o al sempre attuale Willy il Coyote che si rialza dalla buca che ha creato cadendo nel canyon, domandandosi cosa sia andato storto nel suo piano. L'incudine che gli cade immancabilmente addosso subito dopo, è la risposta. E la risposta, miei cari, è sempre la stessa: l'ansia sociale ci ha messo lo zampino. Ma perché il Serraglio si diverte a torturarci in questo modo? Io credo che lo faccia perché sia annoia, soprattutto quando noi diventiamo cauti e ci trinceriamo dietro routine rassicuranti e a prova di imprevisto. Allora lui si zittisce un po', allunga il guinzaglio e ci fa credere che stiamo migliorando a vista d'occhio, che le cose stiano finalmente ingranando, che la terapia stia facendo effetto, che la meditazione stia riallineando i nostri Chakra, che il cero messo in chiesa sia finalmente stato notato lassù, ai piani alti, e che la dieta del minestrone stia bilanciando la nostra flora batterica, restituendoci alla vita. Come si dice, mens sana in corpore sano.
Ma non vi illudete, l'ansia non ci ha mollato un secondo, è ancora lì, aggrovigliata alla nostra materia grigia, sempre domiciliata tra il sistema limbico e la corteccia prefrontale. E quando noi finalmente iniziamo a prenderci gusto, zac! Tira il guinzaglio, stringe i lacci del corpetto, dandoci un colpo di reni che ammazza tutti i nostri sogni di gloria. Quel momento in cui il fiato si mozza è l'effetto Cenerentola. Per capirlo meglio, facciamo un esempio, tratto dalla straordinaria, nevrotica vita della vostra cavia di fiducia, ovvero la sottoscritta. 21 Ottobre 2015, è la serata di festeggiamento di Ritorno al Futuro. Decido di andare ad un evento in discoteca con la mia santissima, pazientissima sorella. Tenete conto che era la mia prima volta in discoteca ed ero reduce di una settimana di lotta greco-romana con la mia ansia, senza esclusioni di colpi e bassezze. Io avevo sfruttato tutte le mie armi razionalizzanti, avevo sfoderato i miei inscalfibili entusiasmi nerd e la costanza della studentessa sotto esame. Lei mi aveva sussurrato agghiaccianti pronostici di immediata morte per vergogna (ma poi, si può morire di vergogna?) e mi aveva dipinto uno dei suoi soliti scenari apocalittici fatti di dita puntate, di occhi giudicanti e di sorrisi di scherno sulla bocca di tutti. Eppure, ci sono andata (per la cronaca, niente applausi: mia sorella mi ci ha dovuto praticamente trascinare, io mi volevo avvitare ad ogni lampione che vedevo!). Dopo un primo momento di difficoltà (in cui avrei voluto essere risucchiata dal pavimento), la musica mi aveva coinvolta, la tensione si era sciolta e il Serraglio si era distratto muovendo i piedini al ritmo di Footloose e Take on me. Stavo bene, ero felice, mi sentivo libera come l'aria e carica come una dinamite. Ero normale in mezzo a gente normale. La sensazione di una vita! Io ballavo (o meglio, zompavo) mentre il Rimugiserpe ripassava i passi imparati con la Wii, il pipistrello girovagava tra le luci in un cosplay del lucernario di Batman e il Procione ringhiava a tempo di musica sulle sue zampotte pelose.
E poi è arrivato un tizio che ci ha invitate a ballare con un suo amico. Sipario. Improvvisamente la musica si è fermata, il silenzio è calato sulla sala, le luci si sono spente, tutte le comparse si sono immobilizzate inchiodandomi gli occhi addosso e, come se non bastasse, un occhio di bue mi ha abbagliata, lasciandomi come uno spettatore trascinato a forza sul palco dal comico di turno. Tutto il mio bel sogno dorato si è poi frantumato con un rumore sordo, lasciandomi davanti alla mia personale versione di Arancia Meccanica in bombetta e sghignazzo. Era giunto l'effetto Cenerentola, che mi aveva ricordato che in fondo io ero ancora un'ansiosa sociale piena di paranoie, bruttina e che non sapeva neanche ballare. Quindi che facessi poco la disinvolta. Potevo anche fingermi un bambino vero, ma restavo pur sempre un ciocco di legno intagliato. Ovviamente mi sono rifiutata di andare, ho declinato l'offerta con un meccanico "no, grazie" e sono rimasta lì a dondolare come la gonnellina di paglia di quelle bamboline hawaiane che si tengono sul cofano della macchina, cercando di camuffarmi tra una folla diventata nuovamente ostile, giudicante, sprezzante. Di colpo sono tornata Cenerella, il mio corpo si è ricordato di essere un fascio di nervi scoperti, e tutti i miei pori si sono dilatati in un effluvio di sudori freddi ad effetto detox che neanche un mese di sauna avrebbe potuto produrre. Mancavano giusto i topi e la zucca, per completare il quadro. Ancora una volta, solo il mio amore nerd e la mia tradizionale avversione per le imbarazzanti fughe precipitose mi hanno impedito di concludere la serata al rintocco della mia personale mezzanotte. Ma l'idea di nascondermi dentro un'intercapedine del muro mi ha sfiorato più di una volta. Questo, signori, è l'effetto Cenerentola: una randellata sui denti data da un rugbista, il risveglio deluso di Linus dopo una notte nel campo di zucca in attesa del Grande Cocomero.  L'effetto Cenerentola è il ritrovarsi nei propri panni - fin troppo stretti - dopo aver assaporato la vita da fashion blogger tutta lipgloss e sicurezza. Ci ricadiamo tutte le volte, non impariamo mai. Colpa della incrollabile fiducia che ci tiene in piedi ogni giorno come per altri fa la caffeina, certo, ma anche perché, ogni giorno, ad ogni passo in quel mondo spaventoso, sconfiggiamo il Serraglio, briciola per briciola, riducendo sempre di più le volte in cui si produrrà l'effetto Cenerentola. Così, un giorno, il caleidoscopio si rivelerà davanti alla prospettiva di una cena con gli amici, restituendovi alla vostra cameretta, ma un giorno, vi potreste ritrovare a svegliarvi dal sogno in una discoteca in cui, pochi anni prima, non avreste mai neanche sognato di mettere piede.

Duille


domenica 24 settembre 2017

Lettera ad autori di discutibili scelte letterarie

Caro ideatore dello spot a sostegno della lettura,
sì, proprio tu, che hai deciso di ricreare una scena da incontro romantico tra una lettrice e quello che suppongo essere un pirata, ambientata in una caffetteria e sulle note di Cime Tempestose. Questa non è una lettera di complimenti, ma una richiesta di spiegazioni per quello che reputo essere, nel migliore dei casi, un fraintendimento del romanzo e, nel peggiore, la prova schiacciante che tu, il libro, non l'hai mai neanche aperto. Forse giusto una sbirciatina, ma è più probabile che tu abbia cercato qualche citazione su Wikiquote o sul Tumblr di un'adolescente con l'animo tormentato.
La mia domanda è la seguente: perché Cime Tempestose? Perché optare per il romanzo della Bronte se la tua idea era quella di ricreare la magia di un colpo di fulmine? Eri sotto effetto di acidi forti? Hai letto il bignami scritto da Topo Gigio? Sei incappato in una fan fiction sui due protagonisti e hai pensato che fosse uno stralcio della storia originale? Perché, diamine, c'erano migliaia di testi che hanno ampiamente e divinamente affrontato l'argomento, basta chiedere a qualunque quaderno nascosto nel cassetto di un lettore a caso. C'era Jane Austen, c'era Dante e Shakespeare (ma non quello di Otello o Amleto eh? Ho capito che hai gusti strani, tu!), c'era pure l'altra sorella, Charlotte, se proprio volevi restare in famiglia, ma no, tu hai scelto Emily e la storia d'amore più tormentata della letteratura, o almeno tra le prime 10. Che razza di scelta è? Tra centinaia di testi, hai scelto la storia di una coppia che, tra l'altro, non sarà mai tale, in cui la protagonista femminile muore dopo duecento pagine ed in cui il protagonista maschile sarà assorbito per l'intera narrazione da una vendetta sadica nei confronti della progenie di tutti i suoi nemici, compresa la figlia della sua amatissima. Davvero, ottima scelta! Perché non hai pensato di inserire anche, che ne so, Tess dei  D'Urbervilles, che veniva praticamente violentata dal suo amato? Se devi proprio fare scelte letterarie discutibili, tanto vale spararla grossa, non credi? E per la cronaca, non sto mettendo in discussione la scelta del romanzo, che è bellissimo, ma il contesto in cui è stato incastrato a forza. E' l'ambientazione che hai scelto, infatti, che mi fa dubitare A- della tua reale conoscenza della materia o B- dei tuoi gusti in fatto di amore. Diciamocelo, la passione tra Catherine e Heathcliff è più adatta ad una puntata di "Amore criminale" che non ad una serata sospirosa davanti allo schermo guardando Io prima di Te! Quello rappresentato dalla Bronte è un amore egoista, logorante, che consuma anima e corpo e che alla fine uccide. E' l'amore morboso che ti si attacca addosso come un tarlo per non lasciarti mai più. Roba che, al confronto, la relazione sfigata di Angel e Buffy era una favola della Disney! E questa è solo la superficie di una storia fatta di scelte sbagliate ed in cui l'egoismo detta legge più dell'amore. Cime Tempestose parla di dannazione, di orgoglio inscalfibile, di tormenti autoinflitti, non dell'amore passionale, generoso e pacificatore che tutti vorremmo vivere e che ci porta a rosicare pesantemente davanti alle coppiette innamorate viste per strada.
Tu vorresti dirmi che, alla luce di questa notizia, non provi neanche un po' di senso di colpa per quella poveraccia seduta sul divano a cui hai appioppato quell'incubo romantico? Perché io, personalmente, ho avuto un moto di pena per lei mentre guardavo il filmato. Quando poi ha avuto l'incontro con il giovane pirata, mi sono ritrovata in piedi ad urlare allo schermo "Fuggite, sciocchi!" scomodando ancora una volta Gandalf. Avrei addirittura fatto volentieri irruzione nella caffetteria impugnando un battipanni per far disperdere i due poveri malcapitati come fossero stati dei piccioni. Salvati in corner da un destino di tormenti e vendette intergenerazionali, e tutto a causa della crudele ignoranza di uno sceneggiatore/regista/non so che ruolo tu ricopra! A meno che, certo, non fosse tutto premeditato. Forse sei un misogino che desidera che tutte le donne finiscano come Catherine Earnshaw e prole. No, saresti troppo banale, è più probabile che tu sia una persona più democratica nel diffondere il tuo astio e, semplicemente, detesti i giovani nel loro insieme, soprattutto quelli che perdono tempo a leggere al bar invece di spaccarsi la schiena per guadagnare la loro pagnotta. Uno di quei cliché viventi che ammorbano tutti sostenendo che ai loro tempi le cose erano migliori. Certo, potresti anche essere un complottista che, invece di promuovere la lettura, la vuole disincentivare presentando un contenuto fuorviante di un libro, così da produrre una cocente delusione in qualsiasi ragazzina che si avvicinerà alla lettura di questo classico sperando di ritrovarvici l'amore romantico delle varie Bella ed Edward, oltre naturalmente a produrre una subitanea avversione da parte dell'intero genere maschile, minacciato di devirilizzazione se solo sfiorerà il tomo maledetto (si sa che i maschietti sono un po' sensibili sull'argomento). In quel caso saresti un genio del male capace di prendere due piccioni con una fava in nome dell'analfabetismo. Quasi ammirevole. Ma potresti anche essere in perfetta buona fede e aver scelto questa storia maledetta per seguire il trend sintomatico degli ultimi anni che vuole storie d'amore alla E. L. James, con uomini cavernicoli tirati a lucido e donne a cui sembra abbiano disossato il cervello con un cucchiaio da gelataio. Forse speri che, avvicinando i lettori a storie tormentate come questa, salverai almeno lo stile e la grammatica, se non le menti di chi lo legge. Un piccolo supereroe letterario, insomma. Qual è la verità? Cosa ti ha spinto a fare questa scelta? Vendetta contro il genere umano come Megamind? Odio nei confronti dei libri, come Gaston? Sindrome della crocerossina? Patologia? Ignoranza? Io, se posso, preferisco immaginare che, alla base di questa tua strana scelta letteraria, ci sia stata una considerazione troppo letterale del concetto di Romanticismo con la complicità di una googlata notturna dell'ultimo secondo, in cui hai pescato il primo testo classico spuntato fuori digitando la voce "libro romantico". In quel caso, galeotto fu il web e chi lo usò con leggerezza.
Duille


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